La responsabilità dell’annuncio. 5. Necessità di una nuova «pastorale di annuncio»

Annuncio e persona

Il contesto plurale in cui viviamo ci invita a riflettere su una questione particolare della pastorale di annuncio. Si tratta di riflettere sulla dimensione dei “ponti comunicativi”. Nella teologia missionaria contemporanea essi servono a creare “empatia” verso l’annuncio in modo che possa risuonare come apertura e risposta ai bisogni della persona e della cultura stessa. Ma più in profondità essi riguardano il tema delle strategie comunicative (nel senso dei linguaggi della fede) della missione.

Annuncio e bisogno di religione. In precedenza l’annuncio si pensava diretto alla sola dimensione religiosa della persona. funzionava come sostituzione di un linguaggio o bisogno culturale da tutti condiviso e allo stesso modo. Tutti riconoscevano il ruolo della religione nella società e nella persona nella medesima prospettiva.

La religione è ancora via privilegiata per l’annuncio? Oggi, infatti, ci troviamo di fronte non solo al rifiuto o – al suo contrario – alla richiesta di religione; ma soprattutto di fronte alla polisemia della esperienza religiosa. Alcuni rifiutano la religione e il suo linguaggio proprio in nome della “vera” esperienza religiosa. L’annuncio, allora, deve ripensare in che misura ha ancora valore l’affermazione paolina: “Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio” (Atti 17,23; cf. RM 25).

La cultura occidentale, infatti, ha elaborato o riscoperto altre vie o linguaggi (dispositivi linguistici, subculture) per esprimere la ricerca della verità: il senso, la spiritualità, la progettualità della persona, l’impegno civile. Questo tema è ovviamente complesso se si riferisce a tutta la esperienza cristiana. Inoltre, almeno a livello di annuncio o di nuovo annuncio, è proprio inevitabile che si diventi o si torni ad essere cristiani “diventando prima religiosi”? E il linguaggio religioso è solo quello occidentale e della tradizione cristiana? Credo che l’annuncio possa utilizzare questi nuovi linguaggi per stabilire un “ponte comunicativo” e per ri-esprimere il kerigma delle origini.

Questo comporta un lavoro del missionario ed evangelizzatore su se stesso. Si tratta di scoprire come egli stesso interpreta e verbalizza oggi l’esperienza di salvezza e di fede. Tutto questo non è avventura solitaria ed esige nelle comunità una pastorale di discernimento culturale.

Annuncio come proposta e progetto di vita. Continuando la riflessione precedente mi sembra opportuno che a livello di pratiche pastorali valutiamo nuovamente il valore della possibilità di esprimere l’annuncio in termini di “progetto di vita”. L’espressione fu utilizzata all’indomani del Vaticano II per indicare sia il messaggio fondamentale della scrittura, sia per “parlare” alle nuove generazioni. Seguendo le esperienze della evangelizzazione e catechesi antropologica, furono soprattutto i documenti di Medellin e il Direttorio catechistico Generale (1971, n. 21) a utilizzarla.

Per radicare il seme della parola occorre favorire la integrazione del messaggio con il personale progetto di vita. Questo obiettivo è sempre stato proposto attraverso la pratica sacramentale (soprattutto l’eucaristia e la penitenza) che rappresentava il luogo-pedagogia “di popolo” per la perseveranza e crescita cristiana. Riflessioni recenti enfatizzano molto questo luogo formativo[1]. Occorre ricordare che la crisi religiosa di cui noi soffriamo proviene proprio da quella impostazione. La chiesa non può limitarsi ad esortare una rinnovata pratica liturgica. È troppo evidente che la stessa teologia liturgica del XX secolo si è inceppata proprio sulle vie per realizzare una “fructuosa partecipatio”.

È proprio dentro questo processo di auto-formazione o integrazione di personalità che trova il suo posto la dimensione religiosa della persona. La proposta religiosa e il linguaggio religioso hanno il compito di orientare la vita: offrire senso, indicare la direzione della esistenza, offrire una scala dei valori, fondare parte della salute psichica dell’individuo. L’esperienza cristiana è infatti decisione di acquisire come progetto di vita il messaggio cristiano e di testimoniarlo nella vita[2].

Nuovi luoghi e attività di annuncio

Il primo luogo dell’annuncio è “tutto quello che si vede” della chiesa e delle comunità cristiane. È la comunicazione che la chiesa fa con la sua esistenza concreta. Già con la architettura e con la lista delle sue attività essa dà una visione sintetica della sua missione.

Certamente, poi, il primo annuncio è questione di una attività specifica delle comunità. È una parte di quella che definiamo “svolta missionaria”. La vita parrocchiale offre una ricchezza di possibilità di percorsi di evangelizzazione.

Ne sottolineiamo alcune: La predicazione domenicale cioè far parlare il vangelo: annunciare la proposta del regno, la vocazione ad essere discepoli, a sentirsi strumenti della solidarietà verso gli emarginati, la conversione a tale progetto. I momenti della richiesta dei sacramenti. Sono momenti di accoglienza, di rilettura della propria esistenza e di vero incontro con il vangelo vissuto dalle comunità. Ma soprattutto i “catecumeni” devono incontrare una comunità. I momenti di festa e di dolore delle persone. In generale queste sono occasioni per essere vicini alla persona umana nelle età della vita.

Ma l’esperienza indica anche nuovi luoghi e pratiche di annuncio. La GMG ha ormai “reinvenato” il modello dei grandi raduni. Il vescovo propone spesso forme di evangelizzazione per la sua diocesi. Esemplare rimane la cattedra dei non credenti del Card. C.M. Martini. Ma l’esperienza si è allargata ad altre attività di dialogo ed evangelizzazione (Cortile dei Gentili e Dialoghi in Cattedrale). Anche le parrocchie sono invitate a farsi mediatori di queste iniziative. Le associazioni e i movimenti hanno fatto della pratica del “raduno” un elemento del loro successo. Certamente vanno approfonditi gli scopi e i linguaggi. Troppo spesso significano solo dare consenso ad una interpretazione passata della fede.

Sempre dalla creatività della chiesa vengono altri luoghi di NE parrocchiale: la predicazione al popolo, la visita alla famiglia, i centri di ascolto. Queste pratiche si caratterizzano per il fatto che non sono fatte per il popolo, ma con la comunità stessa. In molte parrocchie si è presa la via della NE attraverso i mass-media, new media e il web2. Ancora più di altri luoghi e momenti della NE questi sono importanti per provocare l’immaginario religioso delle persone e non solo per confermarlo. Si diffondono anche pratiche di evangelizzazione di strada. Il termine indica una galassia di iniziative (a volte un po’ strane come: “il pub di Dio” o “vangelo in discoteca, sulla spiaggia, etc…”) che tendono ad andare. Altre volte, invece, sono discrete presenze nei luoghi dove la gente vive e diventano una significativa attività di vicinanza alla fatica del vivere quotidiano.

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