Il catechista missionario

L. Meddi, Il catechista missionario, non solo un supplente nel campo dell’evangelizzazione

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – In occasione della pubblicazione del Motu Proprio “Antiquum ministerium” (=AM) con cui Papa Francesco istituisce il ministero dei catechisti, l’Agenzia Fides ha chiesto al Prof. D. Luciano Meddi, Ordinario di Catechesi Missionaria alla Pontificia Università Urbaniana, di tratteggiare la figura del catechista con particolare riguardo al suo servizio ecclesiale nei territori di missione.

“Il Motu Proprio “Antiquum ministerium” riconosce la dignità e l’importanza di questa figura per la missione della Chiesa. Ma riconosce anche la specifica figura del catechista-missionario. Questo riconoscimento è un momento importante per il cammino missionario, perché fa del catechista un vero agente missionario e non solo un supplente.


Al 31 dicembre 2019 il numero dei catechisti ha raggiunto quota 3.074.034 (Annuario Statistico della Chiesa). È un segnale molto positivo per la missione, perché si conclude un lungo cammino. La Maximum illud (1919) di Benedetto XV, che pure aveva riconosciuto l’importante ruolo delle religiose, riteneva che «riguardo alla spiegazione della dottrina cristiana, il diligente Missionario non l’affidi ai catechisti, ma la tenga per sé come una mansione tutta sua propria, anzi come il principale dei suoi obblighi». Sarà invece Ad gentes a riconoscerli come veri e propri costruttori di Chiesa. Il Decreto missionario li definisce «schiera degna di lode, tanto benemerita dell’opera missionaria tra le genti… Essi, animati da spirito apostolico e facendo grandi sacrifici, danno un contributo singolare e insostituibile alla propagazione della fede e della chiesa» (AG 17).
Molti recenti interventi ecclesiali avevano richiesto questo riconoscimento negli ultimi decenni. Ultima la richiesta di «nuovi cammini per la ministerialità ecclesiale» fatta dalla Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la regione Pan-Amazzonica (6-27 ottobre 2019). Questo non solo per la crisi numerica dei sacerdoti, ma come manifestazione del principio battesimale che fonda la corresponsabilità di tutti i credenti nel compito dell’annuncio e della edificazione della Chiesa. Così infatti insegna Lumen gentium al n. 35 (cf. anche AA 2). D’altra parte Papa Francesco ha affermato più volte che «ciascuno di noi è una missione nel mondo».
Questo riconoscimento di stabilità di figure laicali nelle diverse comunità è un potenziamento missionario delle comunità stesse. Il Papa fa del catechista un agente. Anzi, riconosce che già lo è di fatto; la missione infatti è realizzata dai catechisti: «l’intera storia dell’evangelizzazione di questi due millenni mostra con grande evidenza quanto sia stata efficace la missione dei catechisti» (AM, n. 3).
Il documento, infatti, conosce bene le dimensioni missionarie del catechista.
I catechisti delle missioni sono donne e uomini apprezzati per la loro testimonianza nella comunità. Sono spesso riconosciuti come veri e propri responsabili e animatori di comunità. «I Padri conciliari hanno ribadito più volte quanto sia necessario per la “plantatio Ecclesiae” e lo sviluppo della comunità cristiana il coinvolgimento diretto dei fedeli laici nelle varie forme in cui può esprimersi il loro carisma» (AM, n. 4). E ancora: «anche ai nostri giorni, tanti catechisti capaci e tenaci sono a capo di comunità in diverse regioni e svolgono una missione insostituibile nella trasmissione e nell’approfondimento della fede». Dalle periferie della Chiesa viene infatti il modello delle piccole comunità missionarie inserite nella vita quotidiana. In esse «il Catechista è nello stesso tempo testimone della fede, maestro e mistagogo, accompagnatore e pedagogo che istruisce a nome della Chiesa» (AM, n. 6).
Ai catechisti il documento affida sia il compito di evangelizzazione e primo annuncio, sia di accompagnatore della risposta di fede, sia la testimonianza per la trasformazione della società attraverso la «penetrazione dei valori cristiani nel mondo sociale, politico ed economico» (EG, n.102). In molti contesti missionari, nei villaggi e nelle enormi e marginalizzate periferie delle grandi capitali dei diversi sud del mondo, i catechisti come animatori di comunità fanno umanizzazione, azione sociale, guarigione, evangelizzazione, formazione dei cristiani, guidano la preghiera e presiedono al battesimo, ai matrimoni e accompagnano i lutti delle loro comunità.
Il catechista missionario spesso offre la sua testimonianza in contesti di minoranza cristiana. Per questo vivono in prima persona la necessità dell’adattamento, del dialogo interreligioso, della difesa pubblica o della testimonianza silenziosa del Vangelo. Lo possono fare perché si affidano allo Spirito che li ha generati alla missione; infatti «lo Spirito chiama anche oggi uomini e donne perché si mettano in cammino per andare incontro ai tanti che attendono di conoscere la bellezza, la bontà e la verità della fede cristiana» (AM, n. 5).
Ma il Papa sa che i catechisti missionari troppo spesso sono martiri in un secolo di martiri: «la lunga schiera di beati, santi e martiri catechisti …costituisce una feconda sorgente non solo per la catechesi, ma per l’intera storia della spiritualità cristiana» (AM, n. 3). Solo pochi giorni fa, il 23 aprile, abbiamo celebrato la beatificazione dei martiri di Quiché: 3 sacerdoti missionari e 7 laici, “fedeli testimoni di Dio”. Ma la lista è tragicamente lunga.
Il compito della evangelizzazione viene ora rinforzato con questo riconoscimento del catechista come ministero istituito (stabile) nelle comunità. Nella difficoltà in cui si trova il ministero ordinato dei sacerdoti, la figura del catechista potrà quindi rappresentare la stabilità missionaria nel variare delle diverse situazioni”.
(SL) (Agenzia Fides 11/5/2021)

cf. il testo del Motu Proprio in http://www.vatican.va/content/francesco/it/events/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2021/5/11/motuproprio-antiquum-ministerium.html



Un modello di catechesi ispirato al Direttorio 2020

L. Meddi, La proposta missionaria del nuovo Direttorio per la Catechesi. Intervento di don Luciano Meddi al webinar della diocesi di Teggiano-Policastro, 3 febbraio 2021.

Il Direttorio per la Catechesi pubblicato dal Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, incaricato da Papa Benedetto XVI, (16 gennaio 2013 con il documento Fides per doctrinam) ha tentato di dare una definizione delle finalità e dei compiti tenendo in conto non solo di tutti i documenti catechetici post conciliari ma anche di quasi tutte le parole della riflessione catechetica del XX secolo (cf. L. Meddi, Considerazioni sulla proposta catechistica del nuovo Direttorio. Punti consolidati, intuizioni da verificare e nuove prospettive, «Salesianum», 82 (2020) 4, 837-867). Dialogando con il DC 2020 si può delineare un modello di catechesi adatto per il futuro della missione. Ho provato a descriverlo in un recente webinar

Ci sembra di poter dire che in riferimento alla definizione di catechesi, il DC: riequilibria alcuni difetti propri di DGC riguardanti l’incerto ingresso della categoria processo di evangelizzazione centrato sulla iniziazione cristiana, ricolloca la catechesi nel primato epistemologico della fede, aggiunge o rafforza il tema della vita cristiana

1.Il cammino di rinnovamento della catechesi nel Vaticano II
2.Gli scopi del Direttorio 2020 (=DC 2020)
3.Le recenti indicazioni di Papa Francesco
4.Il compito di iniziare alla vita cristiana
5.La via kerygmatica
6.La via catecumenale
7.La via mistagogica
8.Una catechesi nella missione dello Spirito

Papa Francesco: una catechesi “italiana” per costruire comunità testimoni del vangelo

In occasione del 60° anniversario della istituzione dell’Ufficio Catechetico Nazionale italiano, sabato 30 gennaio Papa Francesco ha rivolto alcune indicazioni per dare slancio alla catechesi italiana anche in vista di un sinodo nazionale.

Il discorso dedicato ad un modello di catechesi per una chiesa sinodale e capace di testimonianza, si è articolato su tre passaggi:

Dopo cinque anni, la Chiesa italiana deve tornare al Convengo di Firenze, e deve incominciare un processo di Sinodo nazionale, comunità per comunità, diocesi per diocesi: anche questo processo sarà una catechesi. Nel Convegno di Firenze c’è proprio l’intuizione della strada da fare in questo Sinodo. Adesso, riprenderlo: è il momento. E incominciare a camminare

  • vorrei condividere tre punti che spero possano aiutarvi nei lavori dei prossimi anni.
    Il primo: catechesi e kerygma.

    • La catechesi è l’eco della Parola di Dio. Nella trasmissione della fede la Scrittura – come ricorda il Documento di Base – è «il Libro; non un sussidio, fosse pure il primo»…La catechesi è dunque l’onda lunga della Parola di Dio per trasmettere nella vita la gioia del Vangelo….
    • Grazie alla narrazione della catechesi, la Sacra Scrittura diventa “l’ambiente” in cui sentirsi parte della medesima storia di salvezza, incontrando i primi testimoni della fede.
    • La catechesi è prendere per mano e accompagnare in questa storia….Suscita un cammino, in cui ciascuno trova un ritmo proprio, perché la vita cristiana non appiattisce né omologa, ma valorizza l’unicità di ogni figlio di Dio.
    • La catechesi è anche un percorso mistagogico, che avanza in costante dialogo con la liturgia, ambito in cui risplendono simboli che, senza imporsi, parlano alla vita e la segnano con l’impronta della grazia.
    • Il cuore del mistero è il kerygma, e il kerygma è una persona: Gesù Cristo. La catechesi è uno spazio privilegiato per favorire l’incontro personale con Lui.
    • Perciò [la catechesi] va intessuta di relazioni personali. Non c’è vera catechesi senza la testimonianza di uomini e donne in carne e ossa. I primi protagonisti della catechesi sono loro, messaggeri del Vangelo, spesso laici
    • Per fare questo, è bene ricordare «alcune caratteristiche dell’annuncio che oggi sono necessarie in ogni luogo: che esprima l’amore salvifico di Dio previo all’obbligazione morale e religiosa… questa è la porta, che non imponga la verità e che faccia appello alla libertà – come faceva Gesù –, che possieda qualche nota di gioia, stimolo, vitalità, e un’armoniosa completezza che non riduca la predicazione a poche dottrine a volte più filosofiche che evangeliche. …
    • Questo esige dall’evangelizzatore alcune disposizioni che aiutano ad accogliere meglio l’annuncio…. vicinanza, apertura al dialogo, pazienza, accoglienza cordiale che non condanna» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 165). Gesù aveva questo.
    • È l’intera geografia dell’umanità che il kerygma, bussola infallibile della fede, aiuta a esplorare.
      la fede va trasmessa “in dialetto”. Ma con il dialetto non mi riferisco a quello linguistico, di cui l’Italia è tanto ricca, no, al dialetto della vicinanza, al dialetto che possa capire, al dialetto dell’intimità.

 

  • Il secondo punto: catechesi e futuro. 
    • [il Concilio] sarà il grande catechismo dei tempi nuovi» (Paolo VI  alla Prima assemblea dei vescovi italiani, 23 giugno 1966).
    • Pertanto, la catechesi ispirata dal Concilio è continuamente in ascolto del cuore dell’uomo, sempre con l’orecchio teso, sempre attenta a rinnovarsi. Questo è magistero: il Concilio è magistero della Chiesa. …. Dobbiamo in questo punto essere esigenti, severi. Il Concilio non va negoziato…No, il Concilio è così.
    • Per favore, nessuna concessione a coloro che cercano di presentare una catechesi che non sia concorde al magistero della Chiesa.
    • Come nel dopo-Concilio la Chiesa italiana è stata pronta e capace nell’accogliere i segni e la sensibilità dei tempi, così anche oggi è chiamata ad offrire una catechesi rinnovata, che ispiri ogni ambito della pastorale: carità, liturgia, famiglia, cultura, vita sociale, economia…
    • Dalla radice della Parola di Dio, attraverso il tronco della sapienza pastorale, fioriscono approcci fruttuosi ai vari aspetti della vita.
    • La catechesi è così un’avventura straordinaria: come “avanguardia della Chiesa” ha il compito di leggere i segni dei tempi e di accogliere le sfide presenti e future.
    • Non dobbiamo aver paura di parlare il linguaggio delle donne e degli uomini di oggi. Non dobbiamo aver paura di ascoltarne le domande, quali che siano, le questioni irrisolte, ascoltare le fragilità, le incertezze: di questo, non abbiamo paura.
    • Non dobbiamo aver paura di elaborare strumenti nuovi: negli anni settanta il Catechismo della Chiesa Italiana fu originale e apprezzato; anche i tempi attuali richiedono intelligenza e coraggio per elaborare strumenti aggiornati, che trasmettano all’uomo d’oggi la ricchezza e la gioia del kerygma, e la ricchezza e la gioia dell’appartenenza alla Chiesa.

 

  • Terzo punto: catechesi e comunità
    • In questo anno contrassegnato dall’isolamento e dal senso di solitudine causati dalla pandemia, più volte si è riflettuto sul senso di appartenenza che sta alla base di una comunità.
    • Il virus ha scavato nel tessuto vivo dei nostri territori, soprattutto esistenziali, alimentando timori, sospetti, sfiducia e incertezza. Ha messo in scacco prassi e abitudini consolidate e così ci provoca a ripensare il nostro essere comunità….
    • La catechesi e l’annuncio non possono che porre al centro questa dimensione comunitaria. Non è il momento per strategie elitarie. La grande comunità: qual è la grande comunità? Il santo popolo fedele di Dio. Non si può andare avanti fuori del santo popolo fedele di Dio, il quale – come dice il Concilio – è infallibile in credendo.
    • Questo è il tempo per essere artigiani di comunità aperte che sanno valorizzare i talenti di ciascuno. È il tempo di comunità missionarie, libere e disinteressate, che non cerchino rilevanza e tornaconti, ma percorrano i sentieri della gente del nostro tempo, chinandosi su chi è al margine.
    • È il tempo di comunità che guardino negli occhi i giovani delusi, che accolgano i forestieri e diano speranza agli sfiduciati. È il tempo di comunità che dialoghino senza paura con chi ha idee diverse. È
    • il tempo di comunità che, come il Buon Samaritano, sappiano farsi prossime a chi è ferito dalla vita, per fasciarne le piaghe con compassione. Non dimenticatevi questa parola: compassione.
    • Come ho detto al Convegno ecclesiale di Firenze, desidero una Chiesa «sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. […] Una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza». (Discorso al V Convegno nazionale della Chiesa italiana, Firenze, 10 novembre 2015).

Dopo cinque anni, la Chiesa italiana deve tornare al Convengo di Firenze, e deve incominciare un processo di Sinodo nazionale, comunità per comunità, diocesi per diocesi: anche questo processo sarà una catechesi. Nel Convegno di Firenze c’è proprio l’intuizione della strada da fare in questo Sinodo. Adesso, riprenderlo: è il momento. E incominciare a camminare.

 

discorso integrale

discorso al convegno di Firenze

 

Rapporto Censis: fraternità, solidarietà, creatività, competenza di ruolo…

Censis, Considerazioni generali del 54° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2020, «censis.it», 4 dicembre 2020

Nel capitolo sintetico “Considerazioni generali” il Rapporto ci offre 12 spunti riflessione per la rinascita della società italiana dopo il Covid-19 e che noi abbiamo sintetizzano, a nostra volta, come l’espressione “fraternità, solidarietà, creatività, competenza di ruolo…”.

1. Cambiamenti che provocano un sentimento di estraniazione dalla realtà, spossessano dalla responsabilità di stare dentro le cose e comprenderne dinamiche, effetti, strategie di reazione. La pandemia globale di quest’anno è uno di questi improvvisi e imprevisti cambiamenti. È arrivata silenziosa e subdola.

Tutto questo non vale anche per la pastorale e la progettazione del compito della Chiesa in Italia nei prossimi anni? Vogliamo/possiamo ancora aspettare che tutto torni al tempo della cristianità, con scelte di poca incisività e appoggiandoci sul vago sentimento religioso e i poteri politici? Già in “I soggetti dell’Italia che c’è e il loro fronteggiamento della crisi” («censis.it», 2 luglio 2020) G. De Rita (9. L’impreparazione della Chiesa italiana) “lo attribuisce al disinteresse della chiesa italiana verso il sociale dagli inizi degli anni ’80 …nonostante tanti sacerdoti morti, l’impreparazione si manifesta nell’ “obbedienza alle dinamiche decisionali” (81-82) e suggeriva 4 capitoli di nuova pastorale: le giunture decisionali, le giunture comunicazionali, le giunture di riflessione interna, e si dovrebbe aggiungere attenzione anche a quelle particolari “giunture viventi”.”

5. In tutte le epoche di crisi, la società italiana ha resistito e rilanciato grazie a un curioso e originale intreccio dei suoi tessuti costituenti.

6. Viene naturale chiedersi se è questa la grande frattura, il sisma devastante che, finalmente secondo molti, costringa il nostro Paese a dotarsi di un progetto collettivo che spazzi via la soggettività egoistica e proterva in cui per decenni abbiamo creduto, a cui ci siamo affidati con sempre minore convinzione e alla quale, senza alternative, alla fine ci siamo dovuti consegnare prigionieri

7. In questa drammatica condizione, il nostro Paese non può restare intrappolato in parole tanto rassicuranti quanto povere di significato

9. In questa prospettiva, si impone una selezione degli ambiti d’intervento. In primo luogo, sul sistema delle entrate. In secondo luogo, sul sistema delle uscite. In terzo luogo, appare urgente e necessario un ripensamento strutturale dei sistemi e sottosistemi territoriali. Infine, l’anno che si va chiudendo obbliga a rivedere le attribuzioni di ruolo, identità, funzioni e responsabilità di quello che, impropriamente, chiamiamo terzo settore.

11. La classe politica ha scelto di non vedere il pericolo di regressione che, superata la fase più acuta dell’emergenza, la concessione a pioggia di bonus di ogni genere e natura veniva accrescendo…

12. Nel timore e con cautela, il nostro Paese aspetta e sa in filigrana di avere risorse, competenze, intuizione ed esperienza per ripensare e ricostruire a freddo i sistemi portanti dello sviluppo, che dal suo geniale fervore traspira rapido il nuovo.

 

Leggi tutte le Considerazioni Generali” del Rapporto Censi 2020

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