Gravissimun educationis momentum

L. Meddi, Gravissimum educationis momentum, in S. Noceti-R. Repore (a cura di), Commentario ai documenti del Vaticano II, Vol. 7, EDB, Bologna 2019, 405-489

Dalla lettura della Dichiarazione e da questa Introduzione si comprenderà facilmente come il Vaticano II abbia avuto una evoluzione nell’interesse verso il tema educativo. Nasce dalla necessità di riadeguare le condizioni organizzative della Scuola Cattolica intesa come strumento principe della missione, e si riformula attorno alla intuizione che l’educazione è un segno dei tempi da valutare e accogliere attentamente.

 

Nostro desiderio è di mettere in evidenza come la “educazione cristiana”, divenuto infine il titolo e l’oggetto della dichiarazione, sia ormai da intendere come dimensione portante del processo missionario della Chiesa e non solo come strumento dell’azione pastorale. Questa prospettiva potrà aiutare non poco la comprensione dei testi conciliari e la sua stessa receptio futura.  

 

INTRODUZIONE
1. L’INTERESSE PER LA PEDAGOGIA NELLA SOCIETÀ E NELLA CHIESA
La progressiva emancipazione della pedagogia
L’idea di educazione cristiana con cui si arrivò al Concilio
2. LA EVOLUZIONE DEGLI INTERESSI NELLA STORIA DELLA REDAZIONE
3. STRUTTURA, ARCHITETTURA E MESSAGGIO DEL DOCUMENTO
La incerta architettura del testo
Chiesa, educazione e scuola
La educazione dei cristiani
La catechesi al Concilio (GE 2.4, CD 14, AG 14)
La Scuola cattolica
4. TRA TEOLOGIA E ANTROPOLOGIA: VERSO UNA TEOLOGIA DELLA EDUCAZIONE
5. RECEZIONE ED ERMENEUTICA POST-CONCILIARE
Lo sviluppo della interpretazione
Il compito e lo stile della SCa
Lettura educativa della missione ecclesiale
Il contributo di GE alla futura receptio conciliare
6. BIBLIOGRAFIA GENERALE
COMMENTO
IL PROEMIO. LA NUOVA ATTENZIONE DELLA CHIESA ALLA QUESTIONE EDUCATIVA.
GE 1 LA PROSPETTIVA INTEGRALE DEGLI SCOPI DELL’EDUCAZIONE
GE 2 L’EDUCAZIONE CRISTIANA
GE 3 LA RESPONSABILITÀ EDUCATIVA
GE 4 LA CATECHESI VIA ORDINARIA DELLA EC
GE 5 LA SCUOLA COME ISTITUZIONE
GE 6 LE RISORSE ECONOMICHE E LA FORMAZIONE DEI DOCENTI
GE 7 L’EDUCAZIONE CRISTIANA MORALE E RELIGIOSA IN TUTTE LE SCUOLE
GE 8 LE SCUOLE CATTOLICHE
GE 9 ORGANIZZARE LA SCUOLA CATTOLICA
GE 10 FEDE-CULTURA COMPITO DELLA UNIVERSITÀ CATTOLICA
GE 11 LE FACOLTÀ DI SCIENZE SACRE
GE12 LA COOPERAZIONE SCOLASTICA NELLA CHIESA
CONCLUSIONE

 

I dieci anni di “Educare”

Condivido e se posso rafforzo le riflessioni di L. Balugani, I dieci anni di “Educare”, SettianaNews 6 febbraio 2019 

Cara Settimana,

ho deciso di scriverti prima che si concluda il decennio dedicato dalla Chiesa italiana all’educazione. E ho deciso di farlo mettendo a confronto quanto successo con quello che scrissi all’uscita degli Orientamenti pastorali proprio su questa rivista (cf. Settimana n. 44/2010). Eri ancora cartacea e già questo fa intuire come quel “mondo che cambia”, che aveva caratterizzato il decennio di inizio millennio, sia una descrizione assolutamente calzante.

La tesi di chi scrive è un’altra ed è legata all’atteggiamento più generale con cui la Chiesa affronta la questione educativa: sull’educazione non vogliamo né critiche né autocritica. Già allora biasimavo il documento per l’impermeabilità alle scienze umane e al dibattito contemporaneo (non c’erano citazioni esterne al magistero se non per piccola parte), ma soprattutto mai vengono riconosciuti i limiti dell’azione educativa della Chiesa stessa.

Gli Orientamenti infatti attribuiscono, usando l’indicativo, caratteristiche alla Chiesa che i giovani non sentono più come tali. Si dice, ad esempio, che la Chiesa è madre e grembo accogliente, è maestra di verità (n. 21); promuove nei suoi figli un’autentica vita spirituale (n. 22). Ma le ricerche sociologiche sul rapporto tra i giovani e la Chiesa dicono che essa non viene sentita così, ragione per cui assorda il silenzio su questa distanza o “divorzio silenzioso”, come Triani l’aveva definito al 4° convegno ecclesiale a Verona.

Se vogliamo essere onesti con noi stessi, dobbiamo riconoscere che, pur continuando ad educare nelle nostre sale parrocchiali, non abbiamo riflettuto su ciò che non funziona nella nostra azione pastorale e pedagogica. In maniera un po’ presuntuosa, riteniamo di saper educare e di non aver bisogno di nessun maestro che ci insegni; anzi, crediamo di esser chiamati noi ad insegnare agli altri come si educa. Continuiamo regolarmente a sperimentare tutta la fallibilità della nostra azione educativa ma, invece di prenderne atto, bypassiamo la questione in maniera sistematica.

La rimozione del tema dell’educazione in questo decennio è il simbolo della rinuncia a farci domande sul perché dei nostri fallimenti educativi: verso i giovani, verso i seminaristi, verso i preti, verso le comunità cristiane, verso la società, verso la politica, verso l’economia ecc.

La colpa non va perciò data al documento o alle nuove emergenze o alla nostra incapacità. C’è qualcosa di molto più drammatico: un’impotenza che viene avvertita e perciò scacciata. La Chiesa ha l’angoscia di diventare irrilevante, di essere un grembo che non sa più generare: così, al vedere le culle vuote e le assemblee sempre più anziane, continua a ripetersi (e con insistenza) di essere madre e maestra. Si rende cieca agli specchi, sorda alle voci esterne ed interne, insensibile agli odori e alle consistenze che la circondano: i sensi si attutiscono e rimane solo la propria voce a riempire il silenzio assordante.

 

vedi tra i miei post

Crisi della pastorale come crisi formativa
La formazione nella chiesa italiana
La spiritualità via della formazione cristiana
Alleanza educativa nei contesti di vita 
Educare nella comunità cristiana e co-educarsi come comunità 
Un nuovo itinerario per la formazione cristiana in Italia
La formazione degli adulti nella Chiesa italiana. Una nuova stagione formativa

Su questi punti non ci siamo

G. Giavini, Su questi punti non ci siamo, in «SettimanaNews», 8 dicembre 2018

Ha ragione Giovanni Giavini: Nell’Evangelii gaudium papa Francesco suppone e propone anche una revisione della pastorale e della catechesi. Ma sulla pratica pastorale e catechetica ancora non ci siamo!

 

 

Tutto ciò senza dimenticare anche quanto di bene, nonostante i limiti, gerarchie e laici hanno compiuto, specialmente nel campo della carità. Tutto quasi a latere rispetto alle teorie! E riconoscendo che, almeno dal Vaticano II in poi, molto si e già corretto. Con frutti più o meno abbondanti, anzi talvolta con delusioni rispetto alle attese conciliari.

 

  1. Abbiamo parlato di Dio o come troppo trascendente o come troppo simile a noi.
  2. Lo Spirito Santo era quasi del tutto assente. Lo stesso Padre contava poco.
  3. Sacramenti e riti sì, ascolto della Parola poco.
  4. La liturgia ridotta a riti, rubriche e precetti più che al suo spirito.
  5. Eucaristia: eccessivo interesse per la presenza reale e all’adorazione, a scapito del resto.
  6. Catechismo più che il Vangelo (Catechismo della Chiesa cattolica, molto ideologico, più di quello per gli adulti assai più biblico cristocentrico e narrativo come lo erano gli altri stessi catechismi della CEI).
  7. Cura pastorale dei bambini più che degli adulti, con scarsa attenzione però alla scuola. Iniziazione cristiana più legata all’età fisica dei bambini che a quella psicologica e sociale.
  8. La preghiera: più il rosario e altre devozioni che preghiera biblica, breviario compreso.
  9. Suffragi per i morti più che preghiera per vivi e attualità.
  10. Maggior valore salvifico a Madonna (o Madonne) e Santi/e che a Gesù.
  11. Pesante accento sulle leggi più che sulla grazia; pesante accento sul Decalogo più che sul Discorso della montagna.
  12. Conseguente accentuazione su virtù e meriti a scapito dell’umiltà e della fede nell’amore misericordioso del Signore.
  13. Preoccupazione enorme per la purità sessuale a scapito di quella del cuore, della coscienza personale.
  14. La penitenza ridotta quasi solo al sacramento più che alla vita di penitenza nella carità.
  15. Chiesa ridotta al clero, anzi al papa e alla gerarchia, nel contesto di un certo tridentinismo e della quasi adorazione del papa, nella linea del Vaticano I (Pio IX: «Il papa può decidere anche senza il consenso della Chiesa»!!!).
  16. Sacerdozio: solo quello clericale-celibatario, a scapito di quello di tutto il popolo di Dio. Formazione seminaristica più al sacerdozio cultuale e celibatario che al ministero del pastore di una comunità.
  17. Esclusione (almeno teorica) della donna dalla vita della Chiesa.
  18. Importanza per tradizioni anche banali più che per la Tradizione (ignoranza dei Padri e della storia della Chiesa oltre che della Bibbia). Il Natale (o peggio) più che la Pasqua.
  19. Atteggiamento generale più di difesa e di condanna che di ascolto e di valorizzazione del bene e del giusto presente dappertutto, in particolare in altre Chiese e religioni.
  20. Chiesa e mondo più in contrapposizione che in dialogo.

http://www.settimananews.it/pastorale/punti-non-ci/

 

Il Sinodo dei giovani 2018. Una lettura epistemologica

Logo-Sinodo-dei-GiovaniIntervento all’AICA-Romana,
22 novembre 2018

Desidero rispondere alla domanda a quale modello di pastorale missionaria si ispira il Documento Finale (DF) del recente Sinodo 2018 per i Giovani? Credo di poterlo fare (1) individuando l’interesse del Sinodo; (2) comprendendo le diverse epistemologie che costituiscono la trama del documento; (3) esplorando due azioni pastorali: la pastorale giovanile e la formazione cristiana. Usando quindi una metodologia ermeneutica propria dell’analisi linguistica.

Mi sembra si possa dire che complessivamente l’epistemologia di DF sia legata alla consolidata ermeneutica veritativa propria di Sinodo 2012, che ritiene la cultura quasi solo destinataria dell’annuncio, che utilizza le scienze umane solo come ancilla theologiae o in chiave multidisciplinare; prevalentemente legate agli utilizzi del broadcastingi e alla relazione interpersonale.

1. La evoluzione del temario

  • In tutto il Sinodo2018 il titolo è rimasto lo stesso: I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Ma l’analisi dell’articolato degli indici mostra come da IL in poi il Sinodo si sia concentrato soprattutto sul rapporto giovani e Chiesa inteso quasi solo come tema vocazionale dei giovani, marginalizzando il tema più ampio della cura dei giovani.
  • Per approdare ad una rivisitazione della conversione missionaria proposta da Evangelii gaudium (2013) e alla riaffermazione della via della sinodalità recentemente proposta da Papa Francesco.
  • Pre-sinodo, invece, chiedeva una parola dei vescovi sulla questione giovanile, una teologia della giovinezza (come età spirituale) e il suo valore per la missione ecclesiale.

2. Epistemologia del Documento Finale

  • Sarà utile indagare tre gruppi di parole che strutturano il vocabolario di DF:
  • La teologia della evangelizzazione sembra avere un impianto decisamente dottrinale legato al Sinodo 2012 sulla trasmissione della fede: L’espressione evangelizzazione compare 10 x ma senza una definizione del termine; si realizza senza inculturazione o ermeneutica del messaggio (termini mai citati) perché fondamentalmente è intesa come trasmissione (8x di cui 5 volte trasmissione della fede), comunicazione 5x (tuttavia mai l’espressione comunicazione della fede); l’espressione cultura 56x, è solo destinataria
  • La teologia della vocazione si è bloccata sulla questione del rapporto tra chiamata universale, vocazione cristiana e il tema degli stati di vita; non si è accettata l’espressione “progetto di vita” per cui si confonde la vocazione come prospettiva e la vocazione come compito (appunto, quella vocazionale). L’espressione vocazione/zionale è ben presente (95x), come pure chiamata (36x) e libero\libertà (62x) e coscienza (27x); ma viene poco usata l’espressione scelta (8x) e risposta (6). Con l’interrogativo di cosa si intenda con libertà, essendoci un numero intero dedicato alla interpretazione retta della coscienza (n.107) con la conseguenza che la scelta libera va intesa come libera adesione alla prospettiva ecclesiale (nella linea della antropologia vocazionale della scuola di Rulla). Risulta equivoco inoltre continuare a pensare la vocazione (ministeriale e carismatica) identificandola con la età psico-sociale e spirituale giovanile.
  • La antropologia della formazione è in apparenza molto presente in riferimento alla tematica dell’accompagnamento-discernimento ma in una prospettiva decisamente teologica e poco pedagogica. Infatti l’espressione formazione è ben presente (53x + formativo 16x, tuttavia senza una definizione di formazione) anche se l’interesse è chiaramente su l’accompagnamento (105x) e discernimento (51x). Si deve però osservare che questo processo è pensato teologicamente: l’espressione scienze umane non è presente e il lemma psicolo– solo 7x con uso aggettivato; sociologico 1x aggettivato; è anche troppo poco utilizzato il lemma trasformazione (2x in senso teologico). Sorge la domanda: come crede DF che si possa operare il processo formativo?
  • Nelle finalità dell’accompagnamento si sottolinea il compito di integrare la persona attorno alla chiamata divina. L’espressione è molto usata, 31x; viene usata prevalentemente con lo scopo di unire le dimensioni pastorali e facilitare la crescita vocazionale e non per esprimere il dialogo tra scopi ecclesiali e processi interiori alla persona; quasi mai nei significati psicosociali.
  • Soprattutto i CM di lingua inglese avevano invece sottolineato l’ampia prospettiva del discernimento e accompagnamento attraverso una ricca declinazione di parole: training, mentoring, counseling e coaching ed empowering
  • Mi sembra si possa dire che complessivamente l’epistemologia di DF sia legata alla consolidata ermeneutica veritativa propria di Sinodo 2012, che ritiene la cultura quasi solo destinataria dell’annuncio, che utilizza le scienze umane solo come ancilla theologiae o in chiave multidisciplinare; prevalentemente legate agli utilizzi del broadcastingi e alla relazione interpersonale.

3. L’annuncio ai giovani?

  • L’espressione «pastorale giovanile» è presente almeno 9x (un intero paragrafo, 138-143 ne illustra la visione). Prevale l’affermazione che la PG debba essere identificata con la pastorale vocazionale (2x, 16=139) «perché la giovinezza è la  stagione  privilegiata  delle  scelte  di  vita  e  della risposta alla chiamata di Dio» (140); una semplificazione problematica se non la si apre al tema (e alla epistemologia) del progetto di vita.
  • Il temario esplicito di PG: formare discepoli missionari (160, di chiara impronta dottrinale e apologetico); il discernimento (vocazionale – 161); l’accompagnamento al matrimonio (162). Mancano i temi dell’annuncio e della umanizzazione (la cura dei giovani). La via da seguire è solo quella pastorale (integrazione delle azioni e dei soggetti pastorali) e comunicativa (qualità delle relazioni e accoglienza).
  • Davvero debole la proposta di impostare la cura dei giovani come pastorale giovanile e vocazionale in quanto si ritiene che sia la vocazione il compito principale di questa età (DF 140-141).
  • Si rimane sconcertati dal disinteresse verso l’evangelizzazione dei giovani; certamente ci sono diversi paragrafi riferiti al disagio giovanile (PG per la umanizzazione) ma se non risulta chiaro per cosa la Chiesa voglia impegnarsi in questo contesto e a chi affida questo compito. Manca invece una proposta organica circa la proposta della fede ai giovani. In verità alcuni Circoli Minori avevano chiesto di trattare il tema del kerygma ai giovani (soprattutto CM FRA 1 e CM SPA 2).
  • In DF è assente la domanda cruciale sulle origini del fallimento della PG attuale; sia del modello della catechesi tradizionale o permanente; sia del modello catecumenale contemporaneo; mentre almeno 8 citazioni del CM chiedevano la revisione del momento crismale della IC.
  • Si segue quindi il modello della animazione vocazionale affrontato con la prospettiva di PG come teologia fondamentale e rafforzamento della appartenenza ecclesiale.

4. La formazione cristiana

  • Nel c. IV,II si offrono riflessioni che riguardano la formazione cristiana o catechesi. DF 128 chiede di superare i percorsi di catechesi come semplice preparazione ai  sacramenti, per far sperimentare ai giovani il realismo quotidiano della fede e offrire loro una  visione  più  organica  del  cristianesimo [quale?]; si usa il quadro di riferimento di comunità generativa (DF 129), senza disambiguare l’espressione quando riferita ai giovani.
  • Alla catechesi è dedicano un denso numero (n. 133) costruito su quattro affermazioni: una catechesi kerigmatica capace di far scoprire i segni dell’amore di Dio e la comunità come luogo di incontro con Cristo [esige l’inculturazione e l’ermeneutica]; una catechesi composta di itinerari continuativi e organici che sappiano integrare le diverse dimensioni della vita cristiana [l’integrazione è fattore psico-sociale]; itinerari che mostrino l’intima connessione della fede con l’esperienza concreta della vita quotidiana [cioè integrazione]; una catechesi rinnovata dai linguaggi e negli strumenti (YouCat e DoCat e si suggeriva anche un KidCat; cf. CM ENG 1).

Dunque una catechesi che recupera la centralità dell’itinerario catechistico. Una catechesi che sottolinea il luogo catechistico, la vita della comunità cristiana, che recupera la visione di educazione/formazione permanente (più che catecumenale?, 1 sola citaz.!) ma che non risolve il tema delle fonti (= cosa è kerigmatico?) e del processo pedagogico da privilegiare per raggiungere tali finalità. Sembra centrata sui processi di socializzazione e/o appartenenza (ma far fare esperienza implica la pedagogia della comunità di pratica cioè di apprendimento oltre che la sola generatività). Non è più centrata sul compito comunicativo (=PA) ma neppure centrata sui processi psicosociali e spirituali della conversione permanente (o profonda o maturità di fede o integrazione fede-vita o risposta di fede).

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