Missione e liturgia, liturgia come missione?

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La Sacrosanctum Concilium in diversi luoghi – soprattutto nella prima parte – ci invita a riconsiderare il rapporto tra Liturgia e Vita Cristiana-Vita dell’amore.

Meddi L., Missione e liturgia, in Via, Verità e Vita, 1998,47, 167, 28-32.

Unità profonda tra missione e liturgia

In continuità con la grande tradizione ecclesiale il Vaticano II riafferma con forza l’unità dei due momenti dell’agire pastorale e della missione ecclesiale. Lo fa soprattutto nella prospettiva dell’annuncio realizzato[1].  La salvezza che viene annunciata viene annunciata come “buona novella” nella speranza e tuttavia può essere annunciata come già presente nei segni sacramentali. Nella liturgia l’opera della redenzione da annunciata è attuata “qui per noi oggi” (SC 2.5-7). Da questo il senso profondo dell’espressione “liturgia culmine e fonte” (SC 10). Il medesimo concetto è espresso nel documento missionario : l’azione  di Dio vero il mondo si esplica nella predicazione, celebrazione e testimonianza (AG 9). Va inoltre sottolineato che tale riproposizione è nella prospettiva pastorale del superamento dell’eccessivo isolamento dato alla sacramentalità nell’azione ecclesiale dalla impostazione tridentina. Il Concilio recupera e reinserisce questa prospettiva all’interno di un quadro teologico più definito : la sacramentalità originaria e globale di Cristo e della chiesa-assemblea, il legame liturgia e vita, e soprattutto il rapporto liturgia e Parola[2]. Il tema viene ben ripreso dall’importante paragrafo 21 di DV : “la chiesa ha sempre venerato le Divine Scritture come ha fatto per lo stesso Corpo di Cristo”. Anche se questo non è sempre stato vero nella prassi pastorale è indubbio che nella assemblea ogni domenica, da sempre, risuona la scrittura ![3]

Tra annuncio e realizzazione sacramentale si colloca la fede. Coloro che sono mossi dallo Spirito accettano la proposta di essere continuatori della esperienza vitale di Cristo e questo avviene per la potenza dello Spirito (accolto nei segni sacramentali) che ci rende nuove creature in quanto credenti alla Parola annunciata. Questo stretto legame è stato ben riespresso dal Rito per l’iniziazione cristiana degli adulti (OICA, 1972 presentato alla chiesa italiana come RICA, 1978).  La struttura di iniziazione viene presentata come tipica per l’intero processo formativo sia di colui che vuole essere iniziato-battezzato ; sia per coloro che pur essendo stati battezzati non hanno sviluppato la vita cristiana ; sia per l’intera comunità (Premesse all’edizione italiana, n. 1).  Questo in forza della tipicità del processo di iniziazione che va dalla evangelizzazione (o preevangelizzazione) alla formazione (catecumenato) celebrazione del Mistero Pasquale ed esperienza mistagogica. Avviene secondo tappe e momenti la cui struttura fondamentale è sempre l’unione tra formazione e celebrazione, Parola e Liturgia. (A questo si unisce il ruolo della comunità e l’azione concreta nella vita). Dunque progettare evangelizzazione è annunciare e celebrareinsieme.

Questa prospettiva era già ben presente nella riflessione catechistica italiana.[4] La catechesi si preoccupi di educare i segni liturgici e in primo luogo la partecipazione all’Eucarestia ; la catechesi sceglie nella scrittura i testi che maggiormente vengono proclamati anche dalla liturgia ; la liturgia è sorgente di catechesi in atto ; è una fonte inesauribile per la catechesi.[5]

Nella stessa linea era il documento di programmazione pastorale degli anni ’70 Evangelizzazione e Sacramenti (ECEI 2). La connessione Parola-Sacramento  è riaffermata nei nn. 26-21. Il sacramento è pienezza dell’evangelizzazione (lo attualizza, n. 48). Tuttavia ambedue rendono attuale e operante la salvezza operata da Cristo (ivi). Un difficile equilibrio teologico che tuttavia deve ispirare un ancor più difficile equilibrio pastorale. E’ infatti urgente ricondurre ad unità il processo formativo della comunità e la via da percorrere è il primato della evangelizzazione (n. 61) specialmente in connessione con la celebrazione dei sacramenti (nn. 63-68). Anzi le stesse celebrazioni vanno pensate pastoralmente come forme “piene” di evangelizzazione (n. 66). In verità questa impostazione poco ha potuto contro la plurisecolare abitudine alla separazione tra sacramento e catechesi e soprattutto tra sacramento e fede. Le indicazioni di ES 82-92 andavano verso un riequilibro tra azione liturgica e azione catechetica ; ma si sono rivelate  solo come nuovi contenitori per una religiosità non scalfita.

Direttive simili vengono indicate da DCG ai nn. 55-59. I sacramenti sono azioni di Cristo e della Chiesa, e vanno presentati in rapporto alla fede. Inoltre vanno presentati secondo “la sua natura e il loro scopo…come sorgenti di grazia per i singoli e le comunità” (n.56).

In sintesi. Pastoralmente il postconcilio ha rinnovato il rapporto tra evangelizzazione e sacramenti nella prospettiva dello loro necessaria unità a motivo del mandato evangelico : fate discepoli e battezzate. Il rapporto è stabilito nel processo di annuncio e di attuazione. Tuttavia va sottolineato il ruolo della fede ossia la predisposizione ad accogliere la grazia che il sacramento vuole trasmetterci. In questa prospettiva catechesi e liturgia si sostengono a vicenda : la liturgia è luogo, contenuto, momento essenziale del processo catechistico e realizzazione dell’annuncio[6]. L’annuncio purifica, esplicita e rende autentico il dono sacramentale.

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