Grandi Parole: Misericordia: esperienza

Nel nostro linguaggio comune, la parola  misericordia è sinonimo di pietà, compassione magnanima, perdono (es. atto di misericordia, invocare  misericordia…). Spesso è usata anche, con una sfumatura ancora più minimalista, nel senso di indulgenza a buon mercato, quasi in contrapposizione alla parola ‘giustizia’. (Potremmo portare come esempio l’attuale contenzioso tra favorevoli e contrari alla richiesta di grazia per il nazista Priebke). Comunque è un termine poco usato, mentre ricorre parecchie volte nei testi sacri come una delle attribuzioni fondamentali di Dio.

         Il mio interesse all’approfondimento di questa parola deriva proprio dalla sensazione che si ha leggendo i passi biblici e neotestamentari che parlano della misericordia di Dio: personalmente ho l’impressione di trovarmi di fronte a qualcosa di incommensurabile in termini antropomorfici, qualcosa di strettamente collegato al mistero della divinità. Credo che il significato profondo di ‘misericordia’ sia molto più ampio di quello che le singole espressioni linguistiche sottendono.

         Più ancora del termine ‘amore’, così inflazionato ed anche ambiguo nel significato corrente,  la parola ‘misericordia’ mi interpella intimamente, mi spinge a capire di più, a cercare di tradurne i significati profondi attraverso categorie culturali attuali che li rendano più accessibili all’uomo di oggi, pur con la consapevolezza che il risultato sarà comunque  riduttivo.

         E’ solo con grande umiltà che possiamo cercare di coglierne alcuni aspetti, a partire dalle sfumature di significato delle espressioni lessicali con cui si è cercato di descrivere questa non misurabile attribuzione divina: di fronte a questo Dio, ricco di misericordia e di grazia, l’uomo non può che tacere per lasciarsene avvolgere, entrando nel mistero con la coscienza del proprio limite.

         Prima di analizzare brevemente, attraverso gli svariati termini con cui nelle scritture si descrive il Dio misericordioso, nel tentativo di scoprirne tutte le sfumature di significato, vorrei aggiungere due riflessioni: la prima riguarda la costatazione che nell’Islam Allah è definito ‘il compassionevole’ e che anche per il Buddismo la compassione è il vertice, il punto di tensione che unisce l’uomo al divino. Questo attributo divino potrebbe costituire quindi un punto di unione tra le grandi religioni, ma anche un elemento di differenziazione, se la parola fosse là intesa in un senso più riduttivo rispetto a quello che si intuisce abbia nella concezione cristiana di misericordia.

Nel mio sforzo di comprensione mi è sembrato, e questa è la seconda riflessione, che la connotazione etica (perdono dei peccati, compassione per le debolezze umane, offerta di redenzione e di riscatto…),  anche se nella riflessione ecclesiale si è dato spesso maggiore risalto a questo aspetto, non esaurisca il significato profondo del termine ‘misericordioso’, ma che si possano scoprire altre connotazioni, ontologiche, sociali,  psicologiche, di grande interesse e rilevanza.

 M.F. Nannini (1.segue)

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