La responsabilità dell’annuncio. 1. Il compito dell’annuncio

seminatore

Realizzerò la mia riflessione in cinque passaggi. Una breve considerazione sul compito dell’annuncio (1); la mia comprensione del valore degli “scenari” che oggi caratterizzano il compito dell’annuncio (2) e i ripensamenti che questi comportano. In primo luogo – non appaia immediatamente strano – lo stesso ripensamento del kerigma, non solo delle tecniche comunicative, dei processi comunicativi, ma della sua stessa identificazione nella pluralità delle interpretazioni neotestamentarie dell’unica esperienza salvifica di Cristo (3). Segue la riflessione sulle pratiche comunicative ripensate a partire dalla costruzione della persona e da come le persone entrano in comunicazione (4). Da ultimo offro la descrizione di  una nuova pastorale di annuncio intesa non come azione specifica, ma come elemento che interagisce con tutta la pastorale.

In sintesi: la tesi di questo intervento sarà che annunciare è il compito della Chiesa, sempre è stato così, che la Chiesa esiste per questo, per annunciare la prospettiva di un Dio che sta dalla nostra parte. Questo compito della Chiesa lo si vive nel tempo per cui abbiamo bisogno di ripensarlo in riferimento ad ogni situazione, contesto, generazione, avvenimento[1].

1. Il compito contenuto dell’annuncio?

L’annuncio è una componente essenziale della esperienza religiosa ebraico-cristiana[2]. In forma sintetica «significa» proclamazione di una promessa di futuro attribuita alla volontà ed azione divina. È una promessa di liberazione del popolo sia dalla  schiavitù di Egitto che dalla  deportazione in Babilonia. Ma è anche promessa di liberazione personale: dalle ingiustizie e violenza subite dalle singole persone; dal male che incombe; dalla umiliazione; dalla paura della morte. La speranza si radica profondamente nel pensiero religioso e teologico del popolo di Israele che crede in Jahvè: colui che sta davanti e  precede con braccio teso[3].
La dinamica dell’annuncio-promessa include due elementi. La promessa si attua attraverso un mediatore, un inviato speciale da parte di Dio, chiamato a farsi vicino a noi e a ripristinare l’ordine o volontà divina originaria. Di volta in volta questo inviato assume caratteristiche particolari in ordine alla sua missione: liberatore, legislatore, sacerdote, profeta, consolatore…Ma più in generale, quotidianamente,  l’annuncio e la promessa seguono la dinamica della alleanza: la liberazione iniziale continua e raggiunge la sua pienezza attraverso l’osservanza della Legge da parte della comunità. Per l’AT l’annuncio fondamentale è quindi che il Decalogo permette il passaggio continuo dal caos delle origini, al cosmos della creazione (Gn 1; Es 19). Permette ad  Abraham il passaggio dalla cultura di morte alla cultura della vita. La Pasqua è il simbolo rituale di questa promessa (Es 12; 20-24).
Il NT utilizza lo stesso schema, ma al Decalogo viene sostituita la predicazione messianica di Gesù e soprattutto il Discorso del Monte[4] che, anche nei simboli del racconto, è costruito come nuova rivelazione divina. Alla Pasqua ebraica si sostituisce la celebrazione della Pasqua o memoriale di Gesù.

In sostanza la struttura di significato dell’annuncio risulta essere composta di diversi elementi. Con l’annuncio si vuole indicare una speranza per un cambio di situazione della vita personale o sociale in ordine alla propria salvezza e realizzazione personale. L’annuncio è seguito da segni che rendono veritiero l’annuncio stesso e suscitano adesione. Richiede anche una dimensione di spiegazione e interpretazione, cioè di catechesi, della proposta e del modo di agire di Dio. Richiede un discernimento sui segni di tale  agire perché non siano confusi e rifiutati o male interpretati. L’annuncio chiede anche collaborazione e cooperazione. Sia della persona a cui è diretto, sia di coloro che compongono il suo vicinato e dello stesso popolo. L’annuncio strutturalmente è rivolto al povero e/o a coloro che vogliono farsi prossimo del povero. Sia esso una persona o una comunità.
Come ogni atto umano, tale dinamica si esprime con linguaggi, riti, simboli…che sintetizzano il passato e permettono di educare alla speranza le nuove generazioni (la traditio).



[1] Per una esposizione più ampia del mio pensiero e per una ricostruzione storica più completa cf. i miei Il secondo soffio. Il coraggio dei discepoli e le provocazioni della storia, in Euntes Docete, 2010, n.s. 63,2, 235-256 [http://www.lucianomeddi.eu/interventi/secondosoffio.pdf] e Compiti e Pratiche di Nuova Evangelizzazione, in Dotolo C.-Meddi L.,  Evangelizzare la vita cristiana. Teologia e Pratiche di Nuova Evangelizzazione , Cittadella, Assisi  2012, 79-150.

[2] Scaiola D., Servire il Signore. Linee di una teologia biblica della missione nell’Antico Testamento, Urbaniana University Press, Città del Vaticano  2008.

[3] Scheffczyk L., Il Dio che verrà, Sei, Torino 1975.

[4]  Il discorso della montagna, in CredereOggi, 1991,63,3.

1 continua
Meddi L., La responsabilità dell’annuncio. Pratiche di Evangelizzazione, in Aa.Vv., Ho creduto, perciò ho parlato. Contributi della 10a Settimana Nazionale di Formazione e Spiritualità Missionaria. Loreto 26-31 agosto 2012, Missio, Roma 2013, 69-90.

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