Gestis verbisque: fortuna di una formula

paroledivitaCi sono alcune espressioni del “corpus” del Vaticano II che hanno inciso più per l’evocazione che esse hanno suscitato che per la loro dottrina. Una di queste è gestis verbisque.

L’analisi delle motivazioni del suo inserimento nel testo finale, le interpretazioni che sono state apportate, le forme della sua receptio aiutano a comprendere il valore indubbio di questa espressione per l’attuazione della riforma missionaria della chiesa voluta dal Sinodo Conciliare e rilanciata da Papa Francesco.

L’espressione si incontra in diversi luoghi di DV e si compone di due termini; ma mentre il secondo (verba)  permane sempre, il primo si presenta in quattro forme gesta-opera-facta-signaVerba-verbis si trova in 2.4.(12).14.17.(21); gesta-gestis in 2.14; opera-operibus in 2.3.4.7.20; factis in 17; signa-significare in 2.4.12.15.15.

La pubblicazione degli Acta Synodalia permette di ricostruire il dibattito conciliare che si concentrò sul valore teologico da riconoscere agli “avvenimenti”. Negli interventi si incontrano quattro interpretazioni. Agli “avvenimenti” va riconosciuto il valore di luogo teologico che permette di comprendere meglio la progressione e i messaggi (dottrina) della rivelazione; gli eventi  hanno una dimensione sacramentale perché partecipano della natura trasformativa della rivelazione in quanto azione di Dio; infine essi si riferiscono alle azioni salvifiche della Pasqua di Gesù.  Inoltre si deve segnalare un intervento profetico ma andato perduto nel primo post-concilio di G. Döpfner sulla questione della rivelazione come esperienza della persona intesa come ruolo che ha il soggetto umano nella comprensione, sia come percezione, esperienza ed interpretazione dei magnalia Dei.

La formula conclude un tempo di eccessiva interpretazione dottrinale della scrittura e della predicazione di Cristo e apre a prospettive narrative, progettuali e spirituali della vita cristiana e della missione ecclesiale. Molte ancora da scoprire.

Il dibattito suscitato dalla formula continuò nelle diverse rielaborazioni ecclesiali. La prospettiva fondamentale approfondì il rinnovamento proprio della  teologia della rivelazione. A livello sistematico DV, e soprattutto il n. 17, suscitarono un nuovo approccio quello, chiamato appunto storico-salvifico, e  che portò ad una riconsiderazione di molti trattati. In modo particolare il trattato su Cristo.

In modo particolare a noi interessa ricordare e valutare la receptio in chiave pastorale. Ho già accennato al valore missionario di DV 17. Bisogna dire che la formula sta incidendo moltissimo; e tuttavia a livello di Chiesa universale si è giunti ad una presentazione globale di Cristo solo con il 1992. CCC inserisce per la prima volta, ma solo in pochi numeri, la presentazione di “misteri di Gesù” pre-pasquale. […]

In questa prospettiva la pastorale si configura come azione profetica e salvifica. La profezia (catechesi profetica) trasmette le grandi categorie salvifiche desiderio di Dio: la piena creazione, la liberazione, la giustizia, l’inaugurazione dell’anno sabatico o giubilare. E queste categorie illuminano il popolo di Dio nel compito di comprendere, discernere e sostenere l’impegno di Dio nella storia. Proprio da gestis verbisque nasce la teologia dei segni dei tempi per la quale  attraverso il discernimento comunitario “il popolo di Dio […] cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio” (GS 11).

[Brani presi da L. Meddi, Gestis Verbisque: fortuna di una formula, in “Parole di Vita”, 2015, 60,5, 30-35]

 

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