Desiderio di riforma

2. Strategie pastorali post-conciliari del magistero.

Nella sua chiara ricostruzione A. Acerbi[10] fa notare che l’attenzione primaria della riflessione magisteriale dopo il concilio riguardò la questione della istituzione ecclesiale. Dunque la questione strutturale posta da Chenu e Congar.  Se da un lato si conveniva  sulla inadeguatezza delle strutture, dall’altro si continuò ad esaltarne l’importanza per la missione della chiesa. In verità molti episcopati si misero all’opera per individuare una struttura più adeguata alle nuove esigenze e soprattutto in ordine alla partecipazione, alla corresponsabilità e al pluralismo. Ma la via intrapresa fu essenzialmente una via “media” che risultò incapace di affrontare in pieno la questione.

Una seconda via di riforma riguardò il soggetto della missione. La riflessione portò i documenti a studiare i rapporto tra missione della chiesa cattolica e le comunità cristiane locali ma anche l’intero insieme degli uomini di buona volontà. Per altra via la riflessione si portò verso il superamento della unicità clericale del soggetto missionario. Tutta la comunità è soggetto della azione evangelizzatrice. E tuttavia questa riflessione non arrivò a determinare esattamente lo status giuridico dei singoli membri o il chiarimento sugli strumenti della partecipazione. Il carattere sinodale della chiesa e l’approfondimento sui carismi e sulla dimensione carismatica rimase riflessione incompiuta.

Una terza strada approfondita dai documenti fu il rapporto tra vangelo e cultura. La riflessione nasceva dalla accettazione che il linguaggio teologico tradizionale soffriva di una emarginazione culturale evidente. Meno condivisa fu invece la strategia per il recupero della significatività della fede. Prevalse in buona sostanza la linea di chi si preoccupò di mantenere il principio della specificità e unicità del messaggio cristiano nei confronti della cultura.

Il rapporto tra fede e politica rappresentò  il quarto interesse di riforma dell’episcopato. Se da una parte l’evangelizzazione include necessariamente l’interesse e il compito di collaborazione allo sviluppo integrale della persona e dei gruppi sociali, dall’altro i documenti si preoccupano soprattutto di evitare che la pastorale identifichi i due termini (fede e impegno sociale) perché il Vangelo non sia ridotto a ideologia e la chiesa non si riduca ad essere una delle agenzie sociali della terra. Infine  un tema di riflessione “strategico” sempre presente nella riflessione magisteriale è il pluralismo ecclesiale. Esso viene riconosciuto necessario per una visione incarnata della missione ma viene  sottolineato continuamente che il criterio fondamentale con cui vivere tale situazione dovrà essere il principio dell’unità di fatto realizzata dal principio di autorità. In verità diversi episcopati prendono la via della interpretazione positiva della conflittualità e del metodo del riconoscimento e ricezione delle riverse interpretazioni.

Facilmente si possono ritrovare in questa ricostruzione dei primi anni dello sforzo di riforma e di applicazione delle idee conciliari le linee portanti di molte riflessioni di chiese locali. Si può dire inoltre che in buona sostanza esse recepiscono le indicazioni della prassi pastorale e della riflessione dei teologi. Tuttavia sembra che indirizzino la missione e la pastorale ecclesiale verso un rinnovamento secondo una “via media”. Dal punto di vista contenutistico sembra che si affermi principalmente la riflessione sulla rinnovata visione di chiesa comunione e su una missionarietà che si identifichi con il tema della inculturazione del messaggio sociale. Sembra inoltre che il livello di riforma non debba mettere in questione in profondità l’identità della chiesa stessa. In verità si deve dire che questa linea rappresenta una sostanziale continuità con le scelte conciliari che sono ben rappresentate e giustificate nel testo conclusivo del Sinodo Straordinario del 1985.[11]

Questa interpretazione della riforma ecclesiale prese una direzione ben precisa  con la proposta di una Nuova Evangelizzazione nel VI simposio dei vescovi europei.[12] La lettura degli Atti lascia intendere che in questo conteso si sia fatta  la scelta del rafforzamento della istituzione piuttosto che della riforma “interna” della vita ecclesiale. Per usare la terminologia di Chenu: mentre ci si era incamminati nella linea della riforma strutturale si è tornati alla linea della sola riforma morale. Le linee attive della missione si indirizzarono verso: la riaffermazione tradizionale della verità e della ortodossia, il contenimento del dissenso e della critica teologica, la chiara ricerca di un rinnovato appoggio politico, il sostegno alle identità nazionali, il forte recupero della religiosità popolare anche con un aumentato ricorso alle beatificazioni.

Sappiamo come proprio su questo tema pastorale le discussioni siano notevoli e come il concetto di Nuova Evangelizzazione risulti essere affascinante ma anche problematico. Tutti avvertono il bisogno e l’imperativo di una nuova stagione evangelizzatrice. Ma, appunto, quali criteri mettere in evidenza per delineare la scelta delle “vie pastorali” percorribili? È la fedeltà al vangelo il criterio che dovrà ispirare tale ricerca o l’analisi sociologica della situazione della chiesa nel nostro tempo? È una nuova evangelizzazione o una evangelizzazione nuova o piena? È come intendere il termine “nuova”: significherà rinnovata, proposta nuovamente, oppure capace di esprime in modo nuovo il vangelo di sempre?[13]

 

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