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Essere catechisti, servizio stabile nella Chiesa

L. Meddi, Essere catechisti, servizio stabile nella Chiesa, in Antiquum Ministerium, Elledici, Torino 2021
Un segno di stima, di riconoscenza, di perdono; un invito alla qualificazione, alla collaborazione nella corresponsabilità, a sentirsi parte della Chiesa; una promessa per un maggiore aiuto da parte dei Vescovi e dei presbiteri e tante altri orizzonti ci trasmette questo significativo documento di Papa Francesco dedicato alla ministerialità dei catechisti\e laici\che. Antiquum ministerium (10 maggio 2021 = AM) è un testo importante per il futuro della evangelizzazione della Chiesa. Esso va compreso con il precedente Spiritus Domini (10 gennaio 2021) sull’aggiornamento della ministerialità nella comunità cristiana. Due documenti con cui viene recuperata la parità di genere e (quasi) recuperata la parità di ruolo nella Chiesa. Era molto atteso, questo motu proprio! […]
Da oggi il catechista sarà visto come un dono inviato alla Chiesa perché il loro riconoscimento ministeriale ha solide fondamenta: lo riconosce il NT, l’intera storia della evangelizzazione, il costante interesse di Papi e Vescovi (AM, nn. 1.2.4). […]
Speriamo dunque che il documento riconoscendo anche liturgicamente i catechisti e le catechiste come ministerialità istituita ponga fine al frequente spooling degli operatori pastorali nel cambio di guida delle comunità, creando una continua depauperazione missionaria. Le comunità ne acquistano in stabilità di progettazione e realizzazione della necessaria testimonianza. Una stabilità anche in riferimento alle numerose spiritualità, annunci e pratiche formative che ora giustamente sono invitate a ricondursi decisamente nel compito del Vescovo, catechista originario nella propria Diocesi.
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Il catechista missionario

L. Meddi, Il catechista missionario, non solo un supplente nel campo dell’evangelizzazione
Città del Vaticano (Agenzia Fides) – In occasione della pubblicazione del Motu Proprio “Antiquum ministerium” (=AM) con cui Papa Francesco istituisce il ministero dei catechisti, l’Agenzia Fides ha chiesto al Prof. D. Luciano Meddi, Ordinario di Catechesi Missionaria alla Pontificia Università Urbaniana, di tratteggiare la figura del catechista con particolare riguardo al suo servizio ecclesiale nei territori di missione.
“Il Motu Proprio “Antiquum ministerium” riconosce la dignità e l’importanza di questa figura per la missione della Chiesa. Ma riconosce anche la specifica figura del catechista-missionario. Questo riconoscimento è un momento importante per il cammino missionario, perché fa del catechista un vero agente missionario e non solo un supplente.
Al 31 dicembre 2019 il numero dei catechisti ha raggiunto quota 3.074.034 (Annuario Statistico della Chiesa). È un segnale molto positivo per la missione, perché si conclude un lungo cammino. La Maximum illud (1919) di Benedetto XV, che pure aveva riconosciuto l’importante ruolo delle religiose, riteneva che «riguardo alla spiegazione della dottrina cristiana, il diligente Missionario non l’affidi ai catechisti, ma la tenga per sé come una mansione tutta sua propria, anzi come il principale dei suoi obblighi». Sarà invece Ad gentes a riconoscerli come veri e propri costruttori di Chiesa. Il Decreto missionario li definisce «schiera degna di lode, tanto benemerita dell’opera missionaria tra le genti… Essi, animati da spirito apostolico e facendo grandi sacrifici, danno un contributo singolare e insostituibile alla propagazione della fede e della chiesa» (AG 17).
Molti recenti interventi ecclesiali avevano richiesto questo riconoscimento negli ultimi decenni. Ultima la richiesta di «nuovi cammini per la ministerialità ecclesiale» fatta dalla Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la regione Pan-Amazzonica (6-27 ottobre 2019). Questo non solo per la crisi numerica dei sacerdoti, ma come manifestazione del principio battesimale che fonda la corresponsabilità di tutti i credenti nel compito dell’annuncio e della edificazione della Chiesa. Così infatti insegna Lumen gentium al n. 35 (cf. anche AA 2). D’altra parte Papa Francesco ha affermato più volte che «ciascuno di noi è una missione nel mondo».
Questo riconoscimento di stabilità di figure laicali nelle diverse comunità è un potenziamento missionario delle comunità stesse. Il Papa fa del catechista un agente. Anzi, riconosce che già lo è di fatto; la missione infatti è realizzata dai catechisti: «l’intera storia dell’evangelizzazione di questi due millenni mostra con grande evidenza quanto sia stata efficace la missione dei catechisti» (AM, n. 3).
Il documento, infatti, conosce bene le dimensioni missionarie del catechista.
I catechisti delle missioni sono donne e uomini apprezzati per la loro testimonianza nella comunità. Sono spesso riconosciuti come veri e propri responsabili e animatori di comunità. «I Padri conciliari hanno ribadito più volte quanto sia necessario per la “plantatio Ecclesiae” e lo sviluppo della comunità cristiana il coinvolgimento diretto dei fedeli laici nelle varie forme in cui può esprimersi il loro carisma» (AM, n. 4). E ancora: «anche ai nostri giorni, tanti catechisti capaci e tenaci sono a capo di comunità in diverse regioni e svolgono una missione insostituibile nella trasmissione e nell’approfondimento della fede». Dalle periferie della Chiesa viene infatti il modello delle piccole comunità missionarie inserite nella vita quotidiana. In esse «il Catechista è nello stesso tempo testimone della fede, maestro e mistagogo, accompagnatore e pedagogo che istruisce a nome della Chiesa» (AM, n. 6).
Ai catechisti il documento affida sia il compito di evangelizzazione e primo annuncio, sia di accompagnatore della risposta di fede, sia la testimonianza per la trasformazione della società attraverso la «penetrazione dei valori cristiani nel mondo sociale, politico ed economico» (EG, n.102). In molti contesti missionari, nei villaggi e nelle enormi e marginalizzate periferie delle grandi capitali dei diversi sud del mondo, i catechisti come animatori di comunità fanno umanizzazione, azione sociale, guarigione, evangelizzazione, formazione dei cristiani, guidano la preghiera e presiedono al battesimo, ai matrimoni e accompagnano i lutti delle loro comunità.
Il catechista missionario spesso offre la sua testimonianza in contesti di minoranza cristiana. Per questo vivono in prima persona la necessità dell’adattamento, del dialogo interreligioso, della difesa pubblica o della testimonianza silenziosa del Vangelo. Lo possono fare perché si affidano allo Spirito che li ha generati alla missione; infatti «lo Spirito chiama anche oggi uomini e donne perché si mettano in cammino per andare incontro ai tanti che attendono di conoscere la bellezza, la bontà e la verità della fede cristiana» (AM, n. 5).
Ma il Papa sa che i catechisti missionari troppo spesso sono martiri in un secolo di martiri: «la lunga schiera di beati, santi e martiri catechisti …costituisce una feconda sorgente non solo per la catechesi, ma per l’intera storia della spiritualità cristiana» (AM, n. 3). Solo pochi giorni fa, il 23 aprile, abbiamo celebrato la beatificazione dei martiri di Quiché: 3 sacerdoti missionari e 7 laici, “fedeli testimoni di Dio”. Ma la lista è tragicamente lunga.
Il compito della evangelizzazione viene ora rinforzato con questo riconoscimento del catechista come ministero istituito (stabile) nelle comunità. Nella difficoltà in cui si trova il ministero ordinato dei sacerdoti, la figura del catechista potrà quindi rappresentare la stabilità missionaria nel variare delle diverse situazioni”.
(SL) (Agenzia Fides 11/5/2021)
cf. il testo del Motu Proprio in http://www.vatican.va/content/francesco/it/events/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2021/5/11/motuproprio-antiquum-ministerium.html
Papa Francesco: una catechesi “italiana” per costruire comunità testimoni del vangelo
In occasione del 60° anniversario della istituzione dell’Ufficio Catechetico Nazionale italiano, sabato 30 gennaio Papa Francesco ha rivolto alcune indicazioni per dare slancio alla catechesi italiana anche in vista di un sinodo nazionale.
Il discorso dedicato ad un modello di catechesi per una chiesa sinodale e capace di testimonianza, si è articolato su tre passaggi:
Dopo cinque anni, la Chiesa italiana deve tornare al Convengo di Firenze, e deve incominciare un processo di Sinodo nazionale, comunità per comunità, diocesi per diocesi: anche questo processo sarà una catechesi. Nel Convegno di Firenze c’è proprio l’intuizione della strada da fare in questo Sinodo. Adesso, riprenderlo: è il momento. E incominciare a camminare
- vorrei condividere tre punti che spero possano aiutarvi nei lavori dei prossimi anni.
Il primo: catechesi e kerygma.- La catechesi è l’eco della Parola di Dio. Nella trasmissione della fede la Scrittura – come ricorda il Documento di Base – è «il Libro; non un sussidio, fosse pure il primo»…La catechesi è dunque l’onda lunga della Parola di Dio per trasmettere nella vita la gioia del Vangelo….
- Grazie alla narrazione della catechesi, la Sacra Scrittura diventa “l’ambiente” in cui sentirsi parte della medesima storia di salvezza, incontrando i primi testimoni della fede.
- La catechesi è prendere per mano e accompagnare in questa storia….Suscita un cammino, in cui ciascuno trova un ritmo proprio, perché la vita cristiana non appiattisce né omologa, ma valorizza l’unicità di ogni figlio di Dio.
- La catechesi è anche un percorso mistagogico, che avanza in costante dialogo con la liturgia, ambito in cui risplendono simboli che, senza imporsi, parlano alla vita e la segnano con l’impronta della grazia.
- Il cuore del mistero è il kerygma, e il kerygma è una persona: Gesù Cristo. La catechesi è uno spazio privilegiato per favorire l’incontro personale con Lui.
- Perciò [la catechesi] va intessuta di relazioni personali. Non c’è vera catechesi senza la testimonianza di uomini e donne in carne e ossa. I primi protagonisti della catechesi sono loro, messaggeri del Vangelo, spesso laici
- Per fare questo, è bene ricordare «alcune caratteristiche dell’annuncio che oggi sono necessarie in ogni luogo: che esprima l’amore salvifico di Dio previo all’obbligazione morale e religiosa… questa è la porta, che non imponga la verità e che faccia appello alla libertà – come faceva Gesù –, che possieda qualche nota di gioia, stimolo, vitalità, e un’armoniosa completezza che non riduca la predicazione a poche dottrine a volte più filosofiche che evangeliche. …
- Questo esige dall’evangelizzatore alcune disposizioni che aiutano ad accogliere meglio l’annuncio…. vicinanza, apertura al dialogo, pazienza, accoglienza cordiale che non condanna» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 165). Gesù aveva questo.
- È l’intera geografia dell’umanità che il kerygma, bussola infallibile della fede, aiuta a esplorare.
la fede va trasmessa “in dialetto”. Ma con il dialetto non mi riferisco a quello linguistico, di cui l’Italia è tanto ricca, no, al dialetto della vicinanza, al dialetto che possa capire, al dialetto dell’intimità.
- Il secondo punto: catechesi e futuro.
- [il Concilio] sarà il grande catechismo dei tempi nuovi» (Paolo VI alla Prima assemblea dei vescovi italiani, 23 giugno 1966).
- Pertanto, la catechesi ispirata dal Concilio è continuamente in ascolto del cuore dell’uomo, sempre con l’orecchio teso, sempre attenta a rinnovarsi. Questo è magistero: il Concilio è magistero della Chiesa. …. Dobbiamo in questo punto essere esigenti, severi. Il Concilio non va negoziato…No, il Concilio è così.
- Per favore, nessuna concessione a coloro che cercano di presentare una catechesi che non sia concorde al magistero della Chiesa.
- Come nel dopo-Concilio la Chiesa italiana è stata pronta e capace nell’accogliere i segni e la sensibilità dei tempi, così anche oggi è chiamata ad offrire una catechesi rinnovata, che ispiri ogni ambito della pastorale: carità, liturgia, famiglia, cultura, vita sociale, economia…
- Dalla radice della Parola di Dio, attraverso il tronco della sapienza pastorale, fioriscono approcci fruttuosi ai vari aspetti della vita.
- La catechesi è così un’avventura straordinaria: come “avanguardia della Chiesa” ha il compito di leggere i segni dei tempi e di accogliere le sfide presenti e future.
- Non dobbiamo aver paura di parlare il linguaggio delle donne e degli uomini di oggi. Non dobbiamo aver paura di ascoltarne le domande, quali che siano, le questioni irrisolte, ascoltare le fragilità, le incertezze: di questo, non abbiamo paura.
- Non dobbiamo aver paura di elaborare strumenti nuovi: negli anni settanta il Catechismo della Chiesa Italiana fu originale e apprezzato; anche i tempi attuali richiedono intelligenza e coraggio per elaborare strumenti aggiornati, che trasmettano all’uomo d’oggi la ricchezza e la gioia del kerygma, e la ricchezza e la gioia dell’appartenenza alla Chiesa.
- Terzo punto: catechesi e comunità
- In questo anno contrassegnato dall’isolamento e dal senso di solitudine causati dalla pandemia, più volte si è riflettuto sul senso di appartenenza che sta alla base di una comunità.
- Il virus ha scavato nel tessuto vivo dei nostri territori, soprattutto esistenziali, alimentando timori, sospetti, sfiducia e incertezza. Ha messo in scacco prassi e abitudini consolidate e così ci provoca a ripensare il nostro essere comunità….
- La catechesi e l’annuncio non possono che porre al centro questa dimensione comunitaria. Non è il momento per strategie elitarie. La grande comunità: qual è la grande comunità? Il santo popolo fedele di Dio. Non si può andare avanti fuori del santo popolo fedele di Dio, il quale – come dice il Concilio – è infallibile in credendo.
- Questo è il tempo per essere artigiani di comunità aperte che sanno valorizzare i talenti di ciascuno. È il tempo di comunità missionarie, libere e disinteressate, che non cerchino rilevanza e tornaconti, ma percorrano i sentieri della gente del nostro tempo, chinandosi su chi è al margine.
- È il tempo di comunità che guardino negli occhi i giovani delusi, che accolgano i forestieri e diano speranza agli sfiduciati. È il tempo di comunità che dialoghino senza paura con chi ha idee diverse. È
- il tempo di comunità che, come il Buon Samaritano, sappiano farsi prossime a chi è ferito dalla vita, per fasciarne le piaghe con compassione. Non dimenticatevi questa parola: compassione.
- Come ho detto al Convegno ecclesiale di Firenze, desidero una Chiesa «sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. […] Una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza». (Discorso al V Convegno nazionale della Chiesa italiana, Firenze, 10 novembre 2015).
Dopo cinque anni, la Chiesa italiana deve tornare al Convengo di Firenze, e deve incominciare un processo di Sinodo nazionale, comunità per comunità, diocesi per diocesi: anche questo processo sarà una catechesi. Nel Convegno di Firenze c’è proprio l’intuizione della strada da fare in questo Sinodo. Adesso, riprenderlo: è il momento. E incominciare a camminare.
discorso al convegno di Firenze
Direttorio per la Catechesi. Guida alla lettura 1. Necessità e scopi del nuovo DPC
R. Fisichella, Guida alla Lettura, in Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, Direttorio per la Catechesi, San Paolo, Cinisello Balsamo 2020, 5-38.
Mons. Rino Fisichella nella sua importante Guida alla lettura premessa alla pubblicazione del nuovo Direttorio per la Catechesi (2020 = DPC) ci offre alcune chiavi di lettura per una adeguata comprensione del nuovo documento. Un testo prezioso, organizzato in 4 paragrafi (5-38): Per una memoria storica, Le fondamenta, La struttura architettonica, La catechesi: un incontro fecondo. Ci soffermiamo sul primo paragrafo: per una memoria storica. Questa sezione ci sembra organizzata su tre passaggi.
La prima parte della Guida, ci offre uno studio delle motivazioni ma anche delle scelte operate dal DPC. La motivazione appare duplice: il contesto di comunicazione mediatica (rafforzato dalla possibilità digitale e dalla globalizzazione) e l’esigenza di inserire nella pratica catechistica le scelte e le direzioni proposte dal recente magistero.
- Il nuovo DPC (5-7) si inserisce nel cammino di attuazione del Vaticano II, «nuova tappa nella sua [della chiesa] opera di evangelizzazione», che in questo modo intraprendeva «una strada interrotta per secoli», e di cui considera come fonte di rinnovamento principalmente la liturgia che stabilisce un rinnovato rapporto con la Parola di Dio (6). Anche la catechesi ha sviluppato questo rinnovamento che – a nostro avviso aveva contribuito a costruire già in precedenza. L’autore ne segnala le tappe: il Dcg 1971 e il Dgc 1997. Soprattutto di quest’ultimo ricorda l’apporto decisivo per una nuova metodologia e pedagogia con l’introduzione del catecumenato e della mistagogia. Non ricorda invece l’enorme influsso che sulla catechesi ha avuto la pubblicazione dell’OICa nel 1972.
- Nel secondo passaggio si sofferma sulla motivazione (socio-culturale) che ha generato la pubblicazione del terzo Direttorio: la grande sfida della cultura digitale e la necessaria inculturazione della catechesi (7-10). Lo sviluppo della cultura digitale favorita dalla progressiva globalizzazione comporta un radicale cambio antropologico soggiacente i nuovi modelli comunicativi; un cambio che incide sul compito e competenza ecclesiale di dire la verità e la libertà all’uomo e sull’uomo. Una situazione che chiede alla chiesa un cambio di metodo comunicativo o inculturazione. Compito del DPC sarà suggerire «quali percorsi effettuare perché la catechesi diventi una proposta che trovi l’interlocutore in grado di comprenderla [la fede] e di vederne l’adeguatezza con il proprio mondo» (9). Questo compito è stato illuminato dalla pubblicazione del CCC che Porta fidei, 8, descrive come strumento per «rendere più consapevole e a rinvigorire la loro adesione al Vangelo».
- Ma la pubblicazione è stata richiesta anche da motivi teologici cioè dal rinnovato contesto ecclesiale (10-16) che per l’Autore è segnato dalla continuità tra il Sinodo su La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana (2012 con la pubblicazione di Evangelii gaudium (2013) e la celebrazione del XXV della pubblicazione del CCC (11). Da questi due riferimenti ecclesiali sembrano scaturire due affermazioni.
- Nella prima (11-14) si ricordano i tre contesti della missione contemporanea: la pastorale dei credenti e praticanti; dei battezzati che non vivono le esigenze del battesimo, di coloro che non conoscono o hanno rifiutato Gesù Cristo. Questi contesti sono stati ricordati dal Sinodo 2012 ma si dovrà puntualizzare che nascono da RM (1990) 33-36, e trovano il suo fondamento in AG 6. Una lettura che mette in evidenza come l’azione missionaria sia il paradigma di ogni opera della chiesa (13; cf. EG 14-15) e come l’evangelizzazione ne occupi il posto primario (13). «La catechesi, quindi, va intimamente unita all’opera di evangelizzazione e non può prescindere da essa. Ha bisogno di assumere in sé le caratteristiche stesse dell’evangelizzazione, senza cadere nella tentazione di diventarne un sostituto o di voler imporre all’evangelizzazione le proprie premesse pedagogiche. In questo rapporto il primato spetta all’evangelizzazione non alla catechesi» 13-14. Ciò permette di comprendere perché alla luce di Evangelii gaudium si può parlare di una catechesi kerygmatica come tutto il Direttorio lascia chiaramente trasparire» (13-14).
- Nella seconda affermazione (14-16) si prende in considerazione il ruolo del CCC per la inculturazione che si vuole affidare alla catechesi. La Chiesa è «impegnata a presentare la fede come la risposta significativa per l’esistenza umana in questo particolare momento storico». Un compito che viene inteso come «esprimere le novità del Vangelo di Cristo che, pur racchiuse nella Parola di Dio, non sono ancora venute alla luce» (p. 15, con citazione di Papa Francesco nel Discorso nel XXV del Catechismo della Chiesa Cattolica, 11 ottobre 2017). Con citazione indiretta della Prefazione del Catechismo Romano (1566, n. 5) l’autore attribuisce al CCC questa possibilità quando si considerasse il fine ultimo della esposizione della (dottrina della) fede la esplorazione e iniziazione dell’amore di Dio (16). Questa scelta, quindi, per la catechesi «comporta una conseguenza di inestimabile valore pedagogico, quale il rimando all’amore come forma di conoscenza» (16).
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La prima parte della Guida, ci offre quindi uno studio delle motivazioni ma anche delle scelte operate dal DPC. La motivazione appare duplice: il contesto di comunicazione mediatica (rafforzato dalla possibilità digitale e dalla globalizzazione) e l’esigenza di inserire nella pratica catechistica le scelte e le direzioni proposte dal recente magistero.
Certamente la catechetica e la teologia tutta potrà riflettere sul valore della comunicazione digitale, della conseguente trasformazione antropologica e della cultura contemporanea; se risulta davvero essere un ostacolo alla evangelizzazione o una opportunità. Sembra infatti che in questa prospettiva non si debba includere il processo di ermeneutica delle fonti proprio di molta teologia contemporanea. Si potrà riflettere cioè se il problema missionario nasce dalla opposizione della cultura o dal perdurare di una interpretazione troppo ecclesiocentrica della proposta cristiana.
Allo stesso modo si potrà approfondire l’analisi dell’interessante affermazione di p. 6 circa la «strada interrotta per secoli» a cui il Vaticano II ha voluto rimediare. Probabilmente l’Autore si riverisce alla separazione chiesa-mondo o al dottrinalismo e sacramentalismo post-tridentino.
Si potrà inoltre riflettere se davvero le scelte operative che sembrano emergere (evangelizzare con il CCC; più avanti si farà riferimento anche alla prospettiva catecumenale, narrativa e alla via pulchritudinis) esprimano davvero una continuità con tutto il rinnovamento catechetico del XX secolo, le posizioni del Vaticano II (DV 2.7; GE 2.4; CD 14; AG 14) e la prima proposta catechistica (Dcg 1971). Così come sarà utile approfondire se tra Sinodo 2012 ed Evangeli gaudium ci sia una vera continuità come sembra affermare l’importante testo di Mons. Fisichella.