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Comunicazione della fede. La lezione di J. Ratzinger

Il testo che segue fa parte di una riflessione di  prossima pubblicazione  dedicata alla questione del linguaggio adatto alla Nuova Evangelizzazione. Tema su cui la riflessione di J. Ratzinger è stata molto importante.

Il paragrafo qui riportato  fa riferimento alla questione de “La comunicazione della fede ricerca centrale della Chiesa nel XX secolo” dove si afferma che l’impegno per una evangelizzazione rinnovata sia negli strumenti che nel linguaggio non è assolutamente nuova.

Essa è al cuore della riflessione missionaria ormai da alcuni secoli. In questo impegno si sono spesso confrontante due direzioni: quella che vede la soluzione nella contrapposizione alla cultura della modernità, e quindi tesa a negarne il valore  oppure tesa a difendere il gregge cristiano dalla sua influenza; e quella che al contrario vede nella critica moderna alla religione (non sempre al cristianesimo, mai al Vangelo!) una vera opportunità per una evangelizzazione nuova cioè un servizio nuovo reso dalla Chiesa al Vangelo in questo tempo.

La sua riflessione è immensa. In essa si possono individuare, forse, quattro principi guida. L’invito a non cadere nell’equivoco della demitizzazione del linguaggio della fede; la centralità della dottrina come via della comunicazione per limitare i danni della cultura moderna; la rinnovata questione cristologica; necessità della inculturazione ed ermeneutica della fede. Questi riferimenti intrecciano continuamente teologia e pastorale, riflessione e progettazione missionaria.

Al cuore della sua riflessione, fin dai primi testi, c’è quindi la persuasione che noi viviamo un tempo di tentazione interna alla Chiesa. È la tentazione di ritenere la fede non sufficiente a spiegare se stessa. Egli indica il rischio di svalutare il nucleo essenziale del messaggio: il valore redentivo della persona e missione di Cristo. In Gesù morto per noi, Dio manifesta l’amore incondizionato per l’uomo. Questo dono è condizione della salvezza per ciascuno e viene offerto a tutte le generazioni attraverso il servizio al mistero sacramentale della Chiesa.

©  Luciano Meddi. Tratto da Il Catechismo della Chiesa Cattolica e la Nuova Evangelizzazione, di prossima pubblicazione presso la Ldc di Torino.

Il concilio secondo J. Ratzinger

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Incontro con i Parroci e il Clero della Diocesi di Roma, Benedetto XVI, 14 febbraio 2013

In questo discorso “a braccio” e senza appunti al clero romano, durato 50 minuti, il Papa svolge una sintesi della sua visione del cammino conciliare, dei suoi punti di forza e della debolezza della receptio divulgata dai media, causa di molti mali. Ne riporto una sintesi delle espressioni più incisive e un rimando dell’intero testo.

Il discorso si presenta come un racconto con una introduzione piena di speranza e una delusione finale.

il Papa inizia dicendo “Allora, noi siamo andati al Concilio non solo con gioia, ma con entusiasmo. C’era un’aspettativa incredibile. Speravamo che tutto si rinnovasse, che venisse veramente una nuova Pentecoste, una nuova era della Chiesa, perché la Chiesa era ancora abbastanza robusta in quel tempo, la prassi domenicale ancora buona, le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa erano già un po’ ridotte, ma ancora sufficienti. Tuttavia, si sentiva che la Chiesa non andava avanti, si riduceva, che sembrava piuttosto una realtà del passato e non la portatrice del futuro. E in quel momento, speravamo che questa relazione si rinnovasse, cambiasse; che la Chiesa fosse di nuovo forza del domani e forza dell’oggi. E sapevamo che la relazione tra la Chiesa e il periodo moderno, fin dall’inizio, era un po’ contrastante, cominciando con l’errore della Chiesa nel caso di Galileo Galilei; si pensava di correggere questo inizio sbagliato e di trovare di nuovo l’unione tra la Chiesa e le forze migliori del mondo, per aprire il futuro dell’umanità, per aprire il vero progresso. Così, eravamo pieni di speranza, di entusiasmo, e anche di volontà di fare la nostra parte per questa cosa

I francesi ed i tedeschi avevano diversi interessi in comune, anche con sfumature abbastanza diverse. La prima, iniziale, semplice – apparentemente semplice – intenzione era la riforma della liturgia, che era già cominciata con Pio XII, il quale aveva già riformato la Settimana Santa; la seconda, l’ecclesiologia; la terza, la Parola di Dio, la Rivelazione; e, infine, anche l’ecumenismo. I francesi, molto più che i tedeschi, avevano ancora il problema di trattare la situazione delle relazioni tra la Chiesa e il mondo”

E conclude affermando: ” Vorrei adesso aggiungere ancora un terzo punto: c’era il Concilio dei Padri – il vero Concilio –, ma c’era anche il Concilio dei media. Era quasi un Concilio a sé, e il mondo ha percepito il Concilio tramite questi, tramite i media. … all’interno delle categorie dei media di oggi, cioè fuori dalla fede, con un’ermeneutica diversa. Era un’ermeneutica politica: per i media, il Concilio era una lotta politica, una lotta di potere tra diverse correnti nella Chiesa.

Era ovvio che i media prendessero posizione per quella parte che a loro appariva quella più confacente con il loro mondo. C’erano quelli che cercavano la decentralizzazione della Chiesa, il potere per i Vescovi e poi, tramite la parola “Popolo di Dio”, il potere del popolo, dei laici. C’era questa triplice questione: il potere del Papa, poi trasferito al potere dei Vescovi e al potere di tutti, sovranità popolare.

Sappiamo come questo Concilio dei media fosse accessibile a tutti. Quindi, questo era quello dominante, più efficiente, ed ha creato tante calamità, tanti problemi, realmente tante miserie: seminari chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata … e il vero Concilio ha avuto difficoltà a concretizzarsi, a realizzarsi; il Concilio virtuale era più forte del Concilio reale”.

Ne emerge una lettura di ciò che deve essere inteso come necessario per il futuro del cristianesimo. La centralità del mistero pasquale da cui derivare la chiesa, corpo di mistico e popolo di Dio perchè in comunione con Lui; la rivelazione che va intesa in stretto rapporto con la tradizione; le conseguenze per il rapporto chiesa mondo, chiesa e libertà, chiesa e religioni. il futuro del cristianesimo sta proprio in queste discussioni.

Non mi sembra invece corretto affermare che altre interpretazioni del vaticano II e riflessioni sul futuro del cristianesimo siano solo “chiacchiericcio” mass-mediale. la stragrande parte di tali riflessioni sono indicazioni della grande teologia del XX secolo che non è facile marginalizzare e tenere nascosta.

Sintesi delle espressioni più significative
Testo completo

 

 

 

 

Dialogo inter-religioso e Nuova Evangelizzazione

benedetto_xviQuestione di apertura al mistero. L’atteso Discorso di Benedetto XVI alla Curia Romana il 21 dicembre 2012.

Come ormai ci ha abituato, anche questo anno Benedetto XVI ha fatto un impegnativo discorso  in occasione degli auguri alla Curia romana. Sono discorsi dedicati a fare il consuntivo delle attività più significative dell’anno trascorso (prima parte) ma soprattutto ad approfondire alcuni aspetti importanti della vita della chiesa e del futuro del cristianesimo. Tutti ricordano, ad esempio, l’importante discorso del 2005 dedicato alla ermeneutica del concilio vaticano II.

Nel discorso di questa fine del 2012 si ricava l’impressione che il papa voglia invitare la chiesa a farsi carico della questione della nuova antropologia che si sta progressivamente definendo soprattutto nel mondo occidentale. Egli applica la sua riflessione sulla questione delle forme sociali del “matrimonio”. È una “rivoluzione antropologica” che comporta notevoli errori e porta alla disumanizzazione. È in discussione la “questione dell’uomo stesso – della questione di che cosa sia l’uomo e di che cosa occorra fare per essere uomini in modo giusto”.

Da questo discorso ricavo tre sottolineature che a mio avviso sono importanti: memoria, verità, ricerca.

Dialogo e cultura: il compito della memoria.

In vista della difesa dell’humanum  come compito epocale della chiesa (e delle religioni) il papa ritiene importante soffermarsi sulla questione del dialogo e dell’annuncio. Riferendosi in modo evidente alla questione già definita in Dialogo e Annuncio, egli afferma la necessità di “tre campi di dialogo nei quali essa[la chiesa] deve essere presente, nella lotta per l’uomo e per che cosa significhi essere persona umana: il dialogo con gli Stati, il dialogo con la società – in esso incluso il dialogo con le culture e con la scienza – e, infine, il dialogo con le religioni. In tutti questi dialoghi, la Chiesa parla a partire da quella luce che le offre la fede”.

È una questione di Evangelizzazione perché “in tutti questi dialoghi, la Chiesa parla a partire da quella luce che le offre la fede”. È una evangelizzazione della memoria. La evangelizzazione “incarna al tempo stesso la memoria dell’umanità che, fin dagli inizi e attraverso i tempi, è memoria delle esperienze e delle sofferenze dell’umanità, in cui la Chiesa ha imparato ciò che significa essere uomini, sperimentandone il limite e la grandezza, le possibilità e le limitazioni”.  E più avanti afferma “La Chiesa rappresenta la memoria dell’essere uomini di fronte a una civiltà dell’oblio, che ormai conosce soltanto se stessa e il proprio criterio di misure”.

Ci sembra di poter dire che Benedetto riprenda qui un tema molto caro a diversi autori che hanno fatto della “momoria passionis” la chiave per comprendere quale possa essere la strategia adatta al futuro del cristianesimo. La chiesa – essi affermano – si faccia carico nel suo programma mondiale.

Scrive a questo proposito J. B. Metz “cosa può significare oggi la pretesa universalista del cristianesimo? la risposta della tolleranza nel pluralismo religioso non è sufficiente… occorre una risposta dura che recuperi la tradizione biblica … il cuore del monoteismo biblico è la sensibilità di Dio al dolore, e la memoria passionis è innanzitutto discorso su Dio sensibile al dolore altrui. Questo monotesimo può incontrare le grandi tradizioni religiose …Il primo sguardo di Gesù non è rivolto al peccato, ma alla sofferenza presente nel mondo, al dolore degli altri. per questo egli parlava “dell’indivisibile unità dell’amore di Dio e del prossimo: passione di Dio come compassione” (Proposta di programma universale del cristianesimo nell’età della globalizzazione, in Gibellini R. (ed.),  Prospettive Teologiche per il XXI secolo, Queriniana, Brescia  2003, 389-402, qui 389-304 passim).

Dialogo con le religioni nella e per la verità.

Novità  mi sembra di trovare anche nella riflessione che riguarda il dialogo e le religioni. Innanzitutto il papa riprende un concetto a lui molto caro. Crede che il dialogo interreligioso debba essere inteso piuttosto come dialogo interculturale con le religioni. Non quindi una riflessione sulle religioni, ma sul compito comune che esse hanno nei confronti delle società. Anche qui afferma: “in esso non si parlerà dei grandi temi della fede – se Dio sia trinitario o come sia da intendere l’ispirazione delle Sacre Scritture ecc. … Un dialogo in cui si tratta di pace e di giustizia diventa da sé, al di là di ciò che è semplicemente pragmatico, una lotta etica circa la verità e circa l’essere umano; un dialogo circa le valutazioni che sono presupposte al tutto” .

Ma immediatamente dopo annuncia qualcosa che può aiutare la comprensione del suo pensiero. L’impossibilità di un dialogo teologico, infatti, potrebbe lasciare il sospetto che nelle religioni “altre” non si manifesti in qualche modo la sapienza di Dio. Il Vaticano II ci aveva abituati a considerare le religioni come vie misteriose di salvezza perché o quando esse siano ordinate al mistero pasquale (AG 4). Affermazione – questa – che andava oltre la tradizione dottrina dei semina verbi.

Ora il papa continua dicendo: “Penso, tuttavia, che in questa forma siano formulate troppo superficialmente. Sì, il dialogo non ha di mira la conversione, ma una migliore comprensione reciproca: ciò è corretto. La ricerca di conoscenza e di comprensione, però, vuole sempre essere anche un avvicinamento alla verità. Così, ambedue le parti, avvicinandosi passo passo alla verità, vanno in avanti e sono in cammino verso una più grande condivisione, che si fonda sull’unità della verità. Per quanto riguarda il restare fedeli alla propria identità: sarebbe troppo poco se il cristiano con la sua decisione per la propria identità interrompesse, per così dire, in base alla sua volontà, la via verso la verità”.

Se non equivoco il pensiero del papa, troviamo qui una affermazione nella direzione della ulteriore verità che i credenti e la chiesa sono chiamati a comprendere. Anche in ordine a questa “ulteriorità” siamo invitati dal  Vaticano II che in Dei Verbum 8.10 ci invita non solo a comprendere la verità acquisita (il sacro deposito), ma  ad essere disponibili ad una sempre maggiore progressione della comprensione della rivelazione stessa.

Ma qui il papa si riferisce a rivelazioni “altre”. A quell’allargamento della tenda di Sion di cui parlava il profeta. Il papa sembra venire incontro alle diverse perplessità. Egli aggiunge: “rispetto a questo direi che il cristiano ha la grande fiducia di fondo, anzi, la grande certezza di fondo di poter prendere tranquillamente il largo nel vasto mare della verità, senza dover temere per la sua identità di cristiano”. Dunque una identità in continua ricerca? Il papa fonda questa sua riflessione in una affermazione che guida molta interpretazione post-conciliare: “Certo, non siamo noi a possedere la verità, ma è essa a possedere noi”.

Evangelizzazione e NE: compiti fondamentali.

Una terza riflessione mi è suggerita dalla chiusura del discorso. Il papa afferma: “trovo che gli elementi essenziali del processo di evangelizzazione appaiano in modo molto eloquente nel racconto di san Giovanni sulla chiamata di due discepoli del Battista, che diventano discepoli di Cristo (cfr Gv 1,35-39)”.

(1) “C’è anzitutto il semplice atto dell’annuncio…Il primo e fondamentale elemento è il semplice annuncio, il kerigma, che attinge la sua forza dalla convinzione interiore dell’annunciatore”. Segue (2) “l’ascolto, l’andare dietro i passi di Gesù, un seguire che non è ancora sequela, ma piuttosto una santa curiosità, un movimento di ricerca”. Infine (3) “Il terzo atto poi prende avvio per il fatto che Gesù si volge indietro, si volge verso di essi e domanda loro: “Che cosa cercate?” … La risposta di Gesù: “Venite e vedrete!” è un invito ad accompagnarlo e, camminando con Lui, a diventare vedenti”.

Una metodologia, quindi, che si condensa in tre passaggi. Annuncio, ascolto, esperienza della comunità e della comunione che oggi si realizza nella comunità cristiana. Sarà necessario tornare su questi tre momenti di un processo di evangelizzazione.

Come fa anche il papa, mi soffermo sul secondo punto (la ricerca) perché egli afferma: “La parola dell’annuncio diventa efficace là dove nell’uomo esiste la disponibilità docile per la vicinanza di Dio; dove l’uomo è interiormente in ricerca e così in cammino verso il Signore. Allora, l’attenzione di Gesù per lui lo colpisce al cuore e poi l’impatto con l’annuncio suscita la santa curiosità di conoscere Gesù più da vicino”. Il papa sembra riaprire una questione che, nel tempo della pastorale muscolosa di annuncio come” questione veritativa” degli anni ’90, ritorna invece necessaria. È la questione della libertà della persona nei confronti dell’annuncio. Mi sembra di poter affermare che il papa torni ad indicare la via della pre-evangelizzazione già studiata dalla missione (cf. J. Hofinger e A. Nebreda). Ovviamente in termini contemporanei. Oggi dovremo parlare del ruolo della qualità della testimonianza e della significatività culturale del messaggio o racconto della fede stesso, come mi sono permesso di indicare in Compiti e Pratiche di Nuova Evangelizzazione, in Dotolo C.-Meddi L.,  Evangelizzare la vita cristiana. Teologia e Pratiche di Nuova Evangelizzazione , Cittadella, Assisi  2012, 79-150, c. III.

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Si può leggere l’intero testo in
http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2012/december/documents/hf_ben-xvi_spe_20121221_auguri-curia_it.html

 

 

I compiti della nuova evangelizzazione

Benedetto XVI nella omelia per la celebrazione di chiusura del Sinodo per la Nuova Evangelizzazione ha indica 3 compiti per la Nuova evangelizzazione nella chiesa di Oggi

La nuova evangelizzazione riguarda tutta la vita della Chiesa. Essa si riferisce, in primo luogo, alla pastorale ordinaria che deve essere maggiormente animata dal fuoco dello Spirito, per incendiare i cuori dei fedeli che regolarmente frequentano la Comunità e che si radunano nel giorno del Signore per nutrirsi della sua Parola e del Pane di vita eterna. Vorrei qui sottolineare tre linee pastorali emerse dal Sinodo. La prima riguarda i Sacramenti dell’iniziazione cristiana. E’ stata riaffermata l’esigenza di accompagnare con un’appropriata catechesi la preparazione al Battesimo, alla Cresima e all’Eucaristia. È stata pure ribadita l’importanza della Penitenza, sacramento della misericordia di Dio. Attraverso questo itinerario sacramentale passa la chiamata del Signore alla santità, rivolta a tutti i cristiani. Infatti, è stato più volte ripetuto che i veri protagonisti della nuova evangelizzazione sono i santi: essi parlano un linguaggio a tutti comprensibile con l’esempio della vita e con le opere della carità.

In secondo luogo, la nuova evangelizzazione è essenzialmente connessa con la missione ad gentes. La Chiesa ha il compito di evangelizzare, di annunciare il Messaggio di salvezza agli uomini che tuttora non conoscono Gesù Cristo. Anche nel corso delle riflessioni sinodali è stato sottolineato che esistono tanti ambienti in Africa, in Asia e in Oceania i cui abitanti aspettano con viva attesa, talvolta senza esserne pienamente coscienti, il primo annuncio del Vangelo. Pertanto occorre pregare lo Spirito Santo affinché susciti nella Chiesa un rinnovato dinamismo missionario i cui protagonisti siano, in modo speciale, gli operatori pastorali e i fedeli laici. La globalizzazione ha causato un notevole spostamento di popolazioni; pertanto, il primo annuncio si impone anche nei Paesi di antica evangelizzazione. Tutti gli uomini hanno il diritto di conoscere Gesù Cristo e il suo Vangelo; e a ciò corrisponde il dovere dei cristiani, di tutti i cristiani – sacerdoti, religiosi e laici –, di annunciare la Buona Notizia.

Un terzo aspetto riguarda le persone battezzate che però non vivono le esigenze del Battesimo. Nel corso dei lavori sinodali è stato messo in luce che queste persone si trovano in tutti i continenti, specialmente nei Paesi più secolarizzati. La Chiesa ha un’attenzione particolare verso di loro, affinché incontrino nuovamente Gesù Cristo, riscoprano la gioia della fede e ritornino alla pratica religiosa nella comunità dei fedeli. Oltre ai metodi pastorali tradizionali, sempre validi, la Chiesa cerca di adoperare anche metodi nuovi, curando pure nuovi linguaggi, appropriati alle differenti culture del mondo, proponendo la verità di Cristo con un atteggiamento di dialogo e di amicizia che ha fondamento in Dio che è Amore. In varie parti del mondo, la Chiesa ha già intrapreso tale cammino di creatività pastorale, per avvicinare le persone allontanate o in ricerca del senso della vita, della felicità e, in definitiva, di Dio. Ricordiamo alcune importanti missioni cittadine, il «Cortile dei gentili», la missione continentale, e così via. Non c’è dubbio che il Signore, Buon Pastore, benedirà abbondantemente tali sforzi che provengono dallo zelo per la sua Persona e per il suo Vangelo.

cf. tutta l’omelia in http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2012/documents/hf_ben-xvi_hom_20121028_conclusione-sinodo_it.html

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